Che cosa sono, in fondo, i ricordi? Non soltanto immagini del passato, ma frammenti di vita che riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo. Basta una parola, un volto, una melodia lontana perché il tempo sembri annullarsi e tornino davanti ai nostri occhi luoghi, persone ed emozioni che credevamo dimenticati.
Con il passare degli anni, poi, alcuni ricordi acquistano un significato particolare. Episodi che da giovani avevamo vissuto quasi con naturalezza diventano, a distanza di decenni, testimonianze preziose di un mondo profondamente cambiato.
È quello che mi accade quando ripenso alle Bahamas, alle soste delle nostre navi nel porto di Nassau e a due esperienze che ancora oggi conservo nitidamente nella memoria: la sfilata del Junkanoo organizzata nel 1965 per le riprese di Operazione tuono, quando ero imbarcato sulla Homeric, e gli incontri con Sidney Poitier a Paradise Island, negli anni successivi, durante il mio imbarco sull’Oceanic.
Nassau aveva un fascino particolare. Il mare dalle straordinarie tonalità azzurre, la luce intensa, la vegetazione tropicale e il ritmo della vita sembravano appartenere a una dimensione lontana da quella europea.
Per noi marittimi, tuttavia, ogni porto conservava le proprie esigenze professionali. L’arrivo, l’ormeggio, il servizio di bordo e la preparazione della successiva partenza scandivano giornate nelle quali il fascino dei luoghi doveva sempre convivere con le responsabilità del nostro mestiere.
Ma quando il servizio lo permetteva, quelle soste offrivano occasioni difficili da dimenticare.
Nassau, in particolare, mi riservò alcuni incontri ed esperienze che, a distanza di oltre mezzo secolo, ricordo ancora con piacere.
Erano gli anni Sessanta, un periodo nel quale le Bahamas stavano consolidando la propria fama di destinazione turistica internazionale, frequentata da viaggiatori americani, personaggi dello spettacolo e protagonisti di quel mondo cinematografico che noi giovani conoscevamo soprattutto attraverso i film e le riviste.
Non avrei immaginato che proprio lì avrei avuto occasione di conoscere personalmente uno dei grandi attori del cinema americano e di assistere a una manifestazione organizzata per le riprese di un film destinato a entrare nella storia di James Bond.
Di fronte a Nassau si trova Paradise Island, un’isola che già nel nome sembra promettere qualcosa di straordinario.
All’epoca era un luogo particolarmente suggestivo, dove il turismo internazionale conviveva con un’atmosfera che conservava ancora molti aspetti della vita caraibica.
Durante le soste dell’Oceanic, quando gli impegni di bordo me lo consentivano, frequentavo volentieri i campi da tennis di Paradise Island.
Il tennis era per me un’occasione di svago, un modo per trascorrere qualche ora lontano dalla nave, senza dimenticare naturalmente gli obblighi professionali che mi attendevano al rientro.
Per un giovane ufficiale italiano, abituato alla disciplina del bordo e ai lunghi periodi lontano da casa, quelle giornate rappresentavano una parentesi piacevole.
Non era soltanto il paesaggio a colpirmi. Era il contrasto fra due mondi: quello della nave, regolato da orari, responsabilità e precise gerarchie, e quello della vita a terra, dove potevano nascere incontri del tutto inattesi.
Fu proprio in quell’ambiente che conobbi Sidney Poitier, mentre mi trovavo al bar dei campi da tennis di Paradise Island.
L’attore era già una celebrità internazionale. Nel 1964 aveva ricevuto l’Oscar come miglior attore per I gigli del campo, diventando il primo interprete afroamericano a conquistare quel riconoscimento.
Ma il ricordo che conservo di lui non nasce da uno schermo cinematografico. Nasce da una onversazione del tutto spontanea.
Poitier aveva notato la presenza dell’Oceanic nel porto di Nassau. Quando seppe che ero un ufficiale di quella nave, cominciammo a parlarne.
Una parola tirò l’altra e la conversazione proseguì con naturalezza.
Naturalmente la sua notorietà non passava inosservata. Di tanto in tanto qualcuno si avvicinava per salutarlo o rivolgergli qualche parola, interrompendo il nostro discorso.
Ma ciò che mi colpì fin da quel primo incontro fu la sua disponibilità. Nonostante fosse un attore conosciuto in tutto il mondo, si dimostrò una persona semplice nei rapporti umani, cordiale e socievole. Quella conoscenza non rimase un episodio occasionale. Continuammo a incontrarci ancora anche sui campi da tennis, e così ebbi modo di conoscerlo meglio. Ricordo soprattutto il suo comportamento nei confronti delle persone. Era disponibile con tutti, non soltanto con me, ma anche con i miei amici. Non mostrava alcun atteggiamento di superiorità e questo rendeva i nostri incontri piacevoli e naturali.
A distanza di tanti anni, mi accorgo che proprio questa semplicità è rimasta nella mia memoria più della sua celebrità.
Ancora una volta era stato il mare, indirettamente, a favorire un incontro che non avrei mai potuto programmare.
Ed è questo uno degli aspetti più singolari della vita di chi naviga: arrivare in un porto lontano per ragioni professionali e trovarsi, nelle ore libere, a condividere momenti di vita quotidiana con persone che appartengono a mondi apparentemente molto distanti dal proprio.
Ma Nassau mi riservò anche un’altra esperienza, questa volta direttamente legata al cinema.
Nel 1965 le Bahamas furono scelte per alcune importanti riprese di Thunderball – Operazione tuono, il quarto film della serie James Bond, interpretato da Sean Connery. Il mare delle Bahamas non era soltanto uno sfondo suggestivo. Aveva un ruolo fondamentale nella storia, che prevedeva inseguimenti, immersioni, imbarcazioni e spettacolari sequenze subacquee. La produzione cinematografica interessò Nassau, Paradise Island e altre località dell’arcipelago.

Fra le sequenze più caratteristiche del film vi è quella ambientata durante il Junkanoo, la tradizionale manifestazione popolare delle Bahamas, caratterizzata da musica, danze e costumi variopinti. Il Junkanoo si svolge tradizionalmente durante le festività natalizie, in particolare il 26 dicembre e a Capodanno. Poiché le riprese del film erano programmate in primavera, la produzione organizzò una sfilata fuori stagione, appositamente per esigenze cinematografiche. Ebbi occasione di assistere proprio a quella manifestazione.
Ricordo l’atmosfera festosa, i costumi colorati, la musica e la folla che animava le strade di Nassau. La città sembrava trasformata in un grande palcoscenico, dove una tradizione popolare delle Bahamas diventava parte di una produzione cinematografica internazionale.
La scena, girata nel centro di Nassau, lungo Bay Street, mostra James Bond che cerca di sfuggire agli uomini della SPECTRE confondendosi tra i partecipanti alla sfilata.
Non ricordo di aver visto personalmente Sean Connery durante quelle riprese, e non voglio attribuire alla memoria particolari che il tempo non ha conservato. Ricordo invece di aver assistito alla sfilata, e questo è già sufficiente a rendere per me quell’episodio particolare. Allora non potevo immaginare che quella manifestazione sarebbe rimasta legata a uno dei film più conosciuti della serie di James Bond.
Per chi, come me, aveva familiarità con il mare, le navi e la navigazione, era inoltre curioso osservare come il cinema trasformasse luoghi e ambienti reali in scenari di avventura.
Noi marittimi conoscevamo il mare attraverso l’esperienza diretta, il lavoro e le responsabilità professionali. Il cinema lo raccontava attraverso la fantasia, la tecnica e lo spettacolo. Erano due modi profondamente diversi di guardare lo stesso elemento.
E in quelle giornate a Nassau sembravano incontrarsi.
Ripensando oggi a Sidney Poitier e alle riprese di Operazione tuono, mi accorgo che il valore di quei ricordi va oltre la notorietà dei personaggi e il richiamo del cinema.
Erano esperienze che appartenevano a una particolare stagione della mia vita.
La navigazione ci portava lontano, ci faceva conoscere luoghi e persone, ci metteva continuamente in contatto con abitudini e culture differenti.
Non eravamo turisti nel significato abituale del termine.
Arrivavamo in quei porti per lavoro e il tempo a disposizione dipendeva sempre dalle esigenze della nave.
Proprio per questo ogni esperienza vissuta a terra acquistava un valore particolare.
A New York avevo conosciuto la grande città americana arrivando dal mare, avevo visto crescere le Torri Gemelle e avevo ascoltato i racconti degli emigranti italiani.
Nassau mi offriva invece un’immagine completamente diversa del mondo: il mare tropicale, Paradise Island, gli incontri inattesi e un arcipelago che, per qualche tempo, era diventato anche un grande set cinematografico.
Eppure, dietro queste esperienze tanto differenti, c’era sempre lo stesso filo conduttore.
La nave.
Era la nave che mi aveva portato in quei luoghi. Era il mio lavoro di ufficiale della Marina mercantile che mi consentiva di conoscere realtà lontane. Ed era sempre la nave che, terminata la sosta, mi avrebbe riportato in mare verso un’altra destinazione.
Oggi le Bahamas sono conosciute in tutto il mondo come una delle grandi destinazioni del turismo internazionale.
Ma quando torno con la memoria a quelle isole non penso soltanto alle spiagge, agli alberghi o alle immagini delle riviste di viaggio.
Rivedo soprattutto una stagione della mia giovinezza.
Rivedo il porto di Nassau, l’Oceanic all’ormeggio, i campi da tennis di Paradise Island e quel bar nel quale una conversazione nata quasi per caso mi fece conoscere Sidney Poitier.
Rivedo la folla del Junkanoo, i costumi, la musica e l’atmosfera particolare di una città coinvolta nelle riprese di un film di James Bond.
Sono immagini che appartengono alla mia esperienza personale, ma anche a un’epoca nella quale andare per mare significava conoscere il mondo in un modo profondamente diverso da quello di oggi.
Le navi sono cambiate, le comunicazioni hanno ridotto le distanze e il turismo internazionale ha trasformato molti luoghi che un tempo apparivano lontanissimi.
Non sostengo che quel mondo fosse migliore.
Era semplicemente diverso.
E forse proprio perché è cambiato così profondamente sento oggi il valore di raccontarlo.
Alcune di queste esperienze, insieme a molti altri episodi della mia vita professionale e personale, hanno alimentato anche le pagine di “Non sono mai sceso da una nave – Memorie di mare, di uomini e di vita”.
Non per celebrare incontri con personaggi famosi, ma per lasciare testimonianza di una stagione nella quale il mare rappresentava anche una straordinaria occasione di conoscenza.
Perché, ripensandoci oggi, comprendo che le esperienze più preziose non erano necessariamente quelle che cercavamo.
Molte arrivavano inattese, durante una sosta, una conversazione o una semplice giornata trascorsa lontano dalla nave.

Il mare non ci portava soltanto da un porto all’altro. Qualche volta ci conduceva, quasi senza che ce ne accorgessimo, dentro pagine di storia che avremmo ricordato per tutta la vita.