Ogni epoca ha i suoi segnali. Alcuni sono evidenti, altri si colgono soltanto quando il cambiamento è già in atto. La lettura dell’ultimo numero di Limes, significativamente intitolato “Vogliamo la guerra totale?”, mi offre l’occasione per una modesta riflessione che va oltre il caso tedesco e riguarda direttamente il futuro dell’Italia. Le analisi contenute nella rivista aiutano infatti a comprendere meglio il momento storico che stiamo vivendo: un’Europa che torna a parlare di eserciti, di industrie belliche, di deterrenza nucleare e di riarmo.
Non è una previsione di guerra inevitabile, ma il riconoscimento che gli equilibri costruiti dopo il 1945 stanno cambiando con una rapidità che pochi avrebbero immaginato. Il conflitto in Ucraina ha aperto una fase completamente nuova. L’Europa, per decenni convinta che la pace fosse ormai una condizione permanente, scopre improvvisamente che la sicurezza ha un costo, che gli eserciti servono ancora e che gli Stati continuano a misurare la propria forza anche attraverso la capacità militare.
La questione tedesca torna così al centro della scena. Non è la Germania del passato, naturalmente.La storia non si ripete mai nello stesso modo.Eppure è impossibile non osservare come Berlino stia assumendo un ruolo sempre più centrale nella futura architettura militare europea.Per ottant’anni la Germania aveva costruito la propria identità politica sul rifiuto della potenza militare.
Oggi quello stesso Paese investe centinaia di miliardi di euro nella ricostruzione delle proprie capacità belliche, con l’obiettivo dichiarato di diventare il principale pilastro militare dell’Europa continentale.
È una trasformazione enorme. Non soltanto militare. Psicologica. Culturale. Industriale. Naturalmente tutto questo viene giustificato con la necessità di fronteggiare la minaccia rappresentata dalla Russia. Ed è proprio Mosca l’altro protagonista di questa nuova stagione geopolitica. Le relazioni economiche costruite in decenni di cooperazione sono state sostituite dalla logica dello scontro. L’energia, che aveva rappresentato uno dei principali strumenti di collaborazione tra Germania e Russia, è diventata invece un’arma geopolitica. Siamo entrati in una fase nella quale la fiducia reciproca è stata sostituita dalla diffidenza permanente.
In questo quadro anche la NATO attraversa una trasformazione profonda. Formalmente resta il principale pilastro della sicurezza occidentale. Ma al suo interno emergono interessi nazionali sempre più divergenti.
Gli Stati Uniti chiedono agli europei di assumersi maggiori responsabilità. La Francia continua a difendere la propria autonomia strategica. La Polonia investe massicciamente nella difesa. I Paesi nordici modificano il proprio tradizionale equilibrio. Il Regno Unito cerca un nuovo ruolo .La Germania accelera.L’Italia, invece, continua spesso a osservare gli eventi senza una chiara strategia nazionale.
Ed è proprio questo il punto che dovrebbe preoccuparci maggiormente.
Da uomo che ha trascorso gran parte della propria vita sul mare, continuo a pensare che il rischio più grande non sia soltanto quello di una nuova corsa agli armamenti.
Il rischio è che l’Italia dimentichi ancora una volta la propria natura. Siamo una penisola proiettata nel Mediterraneo. Abbiamo quasi ottomila chilometri di coste. Gran parte del nostro commercio internazionale passa attraverso il mare. L’approvvigionamento energetico dipende dalle rotte marittime. Le gr andi infrastrutture digitali, attraverso i cavi sottomarini, seguono lo stesso percorso. Eppure il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sui confini terrestri dell’Europa orientale. Naturalmente ciò che accade in Ucraina riguarda anche noi.
Nessuno può ignorarlo. Ma sarebbe un errore altrettanto grave dimenticare che il Mediterraneo rappresenta oggi uno degli spazi geopolitici più delicati del pianeta.
Basta osservare una carta geografica. A sud si estende un’Africa attraversata da profonde trasformazioni demografiche, economiche e politiche. A est il Medio Oriente continua a vivere una stagione di instabilità. Il Canale di Suez resta uno dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale. Il Mar Rosso è diventato un’area di crescente tensione.La Libia non ha ancora raggiunto una piena stabilità. L’intero Mediterraneo allargato costituisce ormai uno dei principali teatri della competizione internazionale.
Non è un caso che le grandi potenze vi abbiano progressivamente rafforzato la propria presenza.
Gli Stati Uniti. La Russia. La Cina. La Turchia. Persino potenze regionali come gli Emirati Arabi Uniti stanno investendo nei porti e nella logistica. Tutti sembrano aver compreso il valore strategico del Mediterraneo. Talvolta sembra invece che proprio l’Italia fatichi a riconoscere il ruolo che la geografia le ha assegnato. Il mare non è soltanto uno spazio economico. È anche sicurezza. È politica estera. È difesa. È libertà di navigazione. È controllo delle infrastrutture energetiche. È protezione delle comunicazioni digitali. È capacità industriale. È presenza internazionale.
Per questo motivo la riflessione proposta da Limes dovrebbe essere letta anche da una prospettiva italiana. Non basta domandarsi se la Germania diventerà il nuovo perno militare europeo.
Occorre chiedersi quale ruolo voglia assumere l’Italia nei prossimi decenni. Seguire semplicemente le decisioni degli altri sarebbe una scelta riduttiva. Il nostro Paese possiede competenze marittime, industriali e tecnologiche che potrebbero consentirgli di svolgere una funzione originale all’interno dell’Alleanza Atlantica e dell’Europa.
Le Capitanerie di Porto rappresentano un modello riconosciuto a livello internazionale. La Marina Militare gode di elevato prestigio.L’industria cantieristica italiana continua a essere tra le migliori al mondo. Le competenze accumulate nella sicurezza della navigazione, nella logistica e nella gestione portuale costituiscono un patrimonio che non può essere disperso. Servirebbe però una visione strategica di lungo periodo.La geopolitica non si improvvisa. Richiede continuità. Programmazione. Conoscenza.
Soprattutto richiede consapevolezza della propria identità. L’Italia non potrà mai competere con la Germania sul piano della potenza terrestre. Non avrebbe senso provarci. Può invece diventare il principale protagonista europeo della dimensione marittima. È una vocazione che deriva dalla nostra storia e dalla nostra posizione geografica. Le grandi repubbliche marinare lo avevano compreso molti secoli fa.
Anche dopo l’Unità d’Italia il mare rappresentò uno dei principali strumenti della proiezione nazionale. Oggi quella tradizione dovrebbe essere aggiornata alle nuove sfide del XXI secolo. La sicurezza energetica. Le rotte commerciali. I cavi sottomarini.Le piattaforme offshore. La protezione ambientale. La cantieristica avanzata. La formazione del personale marittimo.
Sono tutti tasselli di una strategia che non può essere costruita soltanto in funzione delle emergenze del momento. Il numero di Limes ci ricorda che il mondo sta cambiando. La domanda contenuta nel titolo – “Vogliamo la guerra totale?” – è volutamente provocatoria.La risposta, naturalmente, dovrebbe essere negativa. Nessuno può desiderare una guerra. Ma proprio per evitarla occorre comprendere i mutamenti della politica internazionale e prepararsi con lucidità.
Prepararsi, però, non significa soltanto aumentare le spese militari. Significa soprattutto capire quali siano gli interessi permanenti della nazione. Per l’Italia questi interessi passano inevitabilmente dal mare. Chi ha trascorso una vita navigando sa che il mare insegna una lezione semplice: non basta osservare l’orizzonte davanti alla prua; bisogna guardare anche ciò che accade tutto intorno, interpretando vento, correnti e mutamenti del tempo.
La geopolitica funziona allo stesso modo. Oggi molti osservano con attenzione ciò che accade tra Berlino e Mosca. È giusto farlo. Ma noi italiani non dovremmo dimenticare che il nostro orizzonte naturale resta il Mediterraneo. Ed è proprio lì che si giocherà una parte decisiva del futuro dell’Italia.
