Quando David Ben-Gurion (nella foto) proclamò la nascita dello Stato di Israele il 14 maggio 1948, il sogno che animava milioni di ebrei nel mondo sembrava finalmente compiuto. Dopo secoli di persecuzioni, culminate nell’orrore della Shoah, il popolo ebraico ritrovava una patria, una terra nella quale vivere libero e sicuro.
Israele non doveva essere soltanto uno Stato come gli altri. Nelle intenzioni dei suoi fondatori avrebbe dovuto rappresentare un modello politico e morale, una democrazia moderna capace di coniugare identità nazionale, libertà e sviluppo. Ben-Gurion parlava di Israele come di una “Luce delle nazioni”, un punto di riferimento per il Medio Oriente e per l’intero Occidente.
A quasi ottant’anni dalla sua fondazione, quella visione appare attraversata da una crisi profonda. La domanda che molti osservatori si pongono non riguarda più soltanto il conflitto con i palestinesi o la sicurezza dei confini. Il quesito è diventato più radicale: Israele sta ancora realizzando il progetto sionista oppure si sta allontanando dalle sue finalità originarie?
Per decenni il sionismo è stato il grande collante dell’ebraismo mondiale. Ebrei provenienti dall’Europa, dal Nord Africa, dal Medio Oriente e dall’America si riconoscevano nell’idea di uno Stato capace di garantire protezione e continuità storica al popolo ebraico.
Oggi, invece, proprio Israele sembra diventato un elemento di divisione. Le profonde spaccature che attraversano la società israeliana non sono più un fenomeno marginale. La contrapposizione tra laici e religiosi, tra liberali e nazionalisti, tra fautori del compromesso e sostenitori dell’espansione territoriale appare sempre più difficile da ricomporre.
Le grandi manifestazioni che negli ultimi anni hanno riempito le piazze di Tel Aviv e Gerusalemme hanno mostrato al mondo un Paese lacerato. Non si discute soltanto di politica interna o di riforme istituzionali. Si confrontano due idee diverse di Israele.
Da una parte vi è chi considera prioritario mantenere il carattere democratico e pluralista dello Stato. Dall’altra chi ritiene che la sicurezza nazionale e l’affermazione dell’identità ebraica debbano prevalere su qualsiasi altra considerazione.
La tragedia del 7 ottobre 2023, con il massacro compiuto da Hamas, ha aggravato ulteriormente queste tensioni.
L’attacco terroristico ha provocato uno shock nazionale paragonabile, per molti israeliani, a quello vissuto dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. La reazione militare è stata immediata e massiccia. Tuttavia, con il passare dei mesi, il conflitto si è trasformato in una guerra dai contorni sempre più ampi e complessi.
Israele si è ritrovato coinvolto contemporaneamente sul fronte di Gaza, in Libano, in Siria e nel confronto con l’Iran. La ricerca della sicurezza assoluta ha assunto i caratteri di una mobilitazione permanente.
Ed è proprio qui che emerge il grande paradosso. Lo Stato nato per garantire agli ebrei la sicurezza che era stata loro negata nella diaspora sembra oggi vivere in una condizione di guerra continua. La sicurezza rimane una necessità imprescindibile. Nessuno può ignorare le minacce che Israele affronta quotidianamente. Tuttavia la storia insegna che nessuna nazione può prosperare indefinitamente in uno stato di mobilitazione costante.
Le guerre consumano risorse economiche, logorano il tessuto sociale, alimentano divisioni politiche e producono conseguenze psicologiche profonde. Anche per questo cresce il numero di coloro che, all’interno dello stesso Israele, si interrogano sul prezzo che il Paese sta pagando. La questione non riguarda soltanto il rapporto con i palestinesi. Riguarda la stessa identità dello Stato ebraico.
Può una democrazia mantenere intatti i propri principi in una situazione di emergenza permanente? Può uno Stato fondato per offrire una vita normale ai propri cittadini trasformarsi in una società costantemente orientata alla guerra? Sono domande che attraversano il dibattito israeliano e che non possono essere liquidate come semplici polemiche politiche. A complicare il quadro vi è poi il crescente isolamento internazionale.
Per molti anni Israele ha potuto contare su un sostegno quasi automatico da parte delle principali democrazie occidentali. Oggi quel consenso appare meno solido. Negli Stati Uniti, tradizionale alleato strategico, aumentano le critiche verso alcune scelte del governo israeliano. In Europa il dibattito è diventato sempre più acceso. Anche Paesi storicamente vicini a Israele manifestano disagio di fronte alla prosecuzione del conflitto e alle sue conseguenze umanitarie.
Questa situazione alimenta un sentimento di solitudine che molti israeliani percepiscono con crescente preoccupazione. Guardando alle vicende di Israele non posso evitare di tornare con la memoria agli anni della mia navigazione nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente. Erano gli anni della Guerra Fredda, quando il mondo appariva diviso in due blocchi contrapposti ma, paradossalmente, molti equilibri sembravano più stabili di oggi.
Attraversando il Canale di Suez, facendo scalo nei porti del Levante o navigando lungo le coste del Libano, si percepiva già allora quanto quella regione fosse un crocevia di interessi, culture e tensioni. Israele era un Paese giovane, circondato da ostilità, ma animato da una straordinaria fiducia nelle proprie capacità. Si aveva l’impressione di una nazione che, pur vivendo sotto la minaccia costante della guerra, guardasse avanti con determinazione e con una forte coesione interna.
Oggi il quadro appare profondamente diverso. Le minacce esterne non sono diminuite, ma a colpire l’osservatore è soprattutto il peso delle divisioni interne. È come se la forza che per decenni aveva consentito agli israeliani di affrontare le difficoltà fosse stata progressivamente erosa da contrapposizioni politiche, religiose e sociali sempre più profonde.
Da uomo di mare ho imparato che nessuna nave può affrontare una tempesta se l’equipaggio perde fiducia nella rotta o nel comandante. Le difficoltà esterne possono essere superate, ma diventano molto più pericolose quando si accompagnano a dubbi e divisioni all’interno della stessa comunità.
Naturalmente Israele non è una nave e la sua realtà è infinitamente più complessa. Tuttavia la storia insegna che la forza di una nazione non dipende soltanto dalle sue capacità militari o tecnologiche. Dipende anche dalla sua capacità di mantenere un equilibrio tra sicurezza e coesione sociale, tra identità e pluralismo, tra memoria del passato e progetto per il futuro.
Forse è proprio questo il nodo che oggi Israele si trova ad affrontare. La ricerca della sicurezza assoluta rischia di trasformarsi in una condizione permanente di insicurezza. La volontà di difendersi da ogni minaccia può finire per alimentare nuove paure e nuovi conflitti. E uno Stato nato per offrire agli ebrei una casa sicura rischia di trovarsi sempre più isolato proprio mentre cerca di rafforzare la propria protezione.
Chi osserva il Medio Oriente da lontano è spesso portato a formulare giudizi semplici su questioni che semplici non sono. La realtà è che il destino di Israele continua a intrecciarsi con quello dell’intera regione e con gli equilibri mondiali. Per questo la crisi che attraversa oggi lo Stato ebraico non riguarda soltanto gli israeliani o i palestinesi. Riguarda tutti coloro che credono che la sicurezza possa convivere con la libertà e che la forza possa essere accompagnata dalla saggezza politica.
Eppure sarebbe un errore interpretare questa fase come la fine inevitabile del sionismo. I movimenti nazionali attraversano spesso momenti di crisi. La loro sopravvivenza dipende dalla capacità di adattarsi alle nuove realtà storiche senza rinnegare le proprie radici. Il vero interrogativo riguarda quindi la direzione futura di Israele.
Se il progetto sionista era nato per garantire un rifugio sicuro agli ebrei del mondo, oggi deve confrontarsi con sfide completamente diverse da quelle immaginate dai suoi fondatori.
Israele possiede straordinarie risorse tecnologiche, scientifiche e culturali. Ha dimostrato una capacità di resilienza che pochi altri Stati possono vantare. Ma nessuna superiorità militare può sostituire una visione politica di lungo periodo. Le nazioni sopravvivono quando riescono a mantenere un equilibrio tra sicurezza e consenso, tra forza e legittimazione, tra identità e apertura. La storia del popolo ebraico è stata per secoli una storia di sopravvivenza contro ogni previsione. Proprio per questo sarebbe riduttivo immaginare Israele come una realtà destinata inevitabilmente al declino. Più realisticamente, ci troviamo di fronte a un passaggio cruciale.
Israele deve decidere se continuare a vivere come una fortezza assediata oppure tornare a essere quel progetto nazionale che aspirava a coniugare sicurezza, libertà e speranza. La solitudine che oggi circonda lo Stato ebraico potrebbe rappresentare il sintomo di una crisi profonda. Ma potrebbe anche diventare l’occasione per una riflessione collettiva sul significato stesso della sua esistenza. Il futuro del sionismo non dipenderà soltanto dalle vittorie militari o dalle alleanze internazionali. Dipenderà soprattutto dalla capacità degli israeliani di rispondere a una domanda fondamentale: quale Israele vogliono lasciare alle generazioni che verranno?
Da questa risposta dipenderà non solo il destino dello Stato ebraico, ma anche l’equilibrio di un’intera regione e, in parte, quello del mondo occidentale.
