Ci sono giornate in cui una città riesce a mostrarsi per ciò che è davvero. Non serve nulla di straordinario: basta una luce giusta, una temperatura mite, il passo lento di chi non ha fretta. In questi giorni di festa, con un clima quasi primaverile, Cagliari si offre così, senza artifici, nella sua dimensione più autentica.
Passeggiare lungo il Poetto o per Su Siccu diventa allora un piccolo rito. Non è solo il piacere dell’aria aperta o del mare che si distende davanti agli occhi, ma qualcosa di più sottile, quasi un richiamo interiore. Per noi “diversamente giovani”, come qualcuno ama definirci con ironia, è anche un modo per ritrovare un tempo che sembra scorrere più lentamente, fatto di incontri, di ricordi, di parole che tornano a galla con naturalezza.
E infatti, inevitabilmente, si incontrano amici. Volti conosciuti che non si vedevano da tempo, strette di mano che diventano subito conversazioni. Si parte dalle solite domande, da quelle frasi di rito che servono a riprendere il filo, ma basta poco perché il discorso prenda un’altra direzione. È quasi inevitabile: si “scantona”, come diciamo noi, e si finisce a parlare di mare.
Non potrebbe essere altrimenti, in una città come Cagliari. E così, tra una battuta e un ricordo, si forma un piccolo capannello davanti alla sede della Lega Navale. Un luogo che non è soltanto un edificio, ma un punto di riferimento, quasi un presidio culturale prima ancora che associativo.
Lì, tra quelle mura e tra quelle persone, il mare non è un elemento decorativo o uno sfondo turistico: è esperienza vissuta, è conoscenza, è identità. È qualcosa che si porta dentro, che si riconosce negli altri e che diventa subito linguaggio comune.
Il discorso scivola naturalmente verso le prossime regate internazionali, attese con interesse e curiosità. Eventi che riportano il mare al centro dell’attenzione, almeno per qualche giorno, e che contribuiscono a ricordare quanto questo elemento sia parte integrante della vita e della storia della città. Ma, come spesso accade, dietro l’attualità affiora la memoria.
E così qualcuno richiama alla mente un appuntamento recente, ancora ben presente nei ricordi di molti: la presentazione, lo scorso dicembre a Cagliari, del libro di Marco Valle “Andavano per mare”.
Un titolo semplice, quasi essenziale, ma capace di racchiudere un mondo. Un libro che non si limita a raccontare il mare, ma restituisce dignità e voce a uomini che il mare lo hanno vissuto davvero, spesso in silenzio, lontano dai riflettori, ma non per questo meno protagonisti della nostra storia.
Nel corso della presentazione, e poi nelle discussioni che ne sono seguite, è emerso chiaramente come l’opera di Valle rappresenti un tassello importante di quella memoria collettiva che troppo spesso rischia di andare perduta. “Andavano per mare” non è solo una raccolta di storie, ma un viaggio dentro un’Italia che conosceva il mare non come spettacolo, ma come destino, come lavoro, come sfida quotidiana.
Le vicende narrate, gli episodi, i ritratti umani restituiscono un mondo fatto di sacrifici, di competenze, di gerarchie rispettate, di responsabilità condivise. Un mondo dove il mare non concedeva nulla e dove ogni errore poteva avere conseguenze irreversibili. Ma anche un mondo ricco di solidarietà, di appartenenza, di orgoglio professionale.
È forse proprio questo che colpisce di più: la normalità di un rapporto con il mare che oggi appare quasi straordinario. Perché quel rapporto era parte integrante della vita di molti italiani, mentre oggi sembra appartenere a una dimensione distante, quasi estranea.
E da qui il discorso si allarga inevitabilmente. Perché parlando di quel libro, qualcuno richiama un altro lavoro dello stesso autore, “Patria senza mare”, e mi viene chiesto di illustrarlo. Accetto volentieri, perché quel testo, come ebbi modo di scrivere tempo fa , rappresenta una chiave di lettura fondamentale per comprendere la condizione attuale del nostro Paese.
Valle ci mette di fronte a una realtà difficile da accettare: l’Italia, pur essendo una nazione naturalmente proiettata sul mare, ha progressivamente smarrito la propria identità marittima. Abbiamo voltato le spalle al nostro orizzonte naturale, scegliendo una visione sempre più “terragna”, incapace di cogliere il valore strategico, economico e culturale del mare.
Eppure, proprio mentre noi arretriamo, il Mediterraneo si trasforma. Non più semplice bacino chiuso, ma snodo centrale dei traffici globali, una vera e propria cerniera tra continenti, quello che alcuni studiosi definiscono ormai “Medioceano”. Una realtà dinamica, attraversata da interessi, rotte commerciali, flussi energetici e tensioni geopolitiche.
È un paradosso evidente: il mare torna centrale nel mondo, mentre l’Italia sembra dimenticarlo.
Ed è forse questo il punto più significativo emerso in quella conversazione improvvisata davanti alla Lega Navale. Perché, accanto a questa perdita di visione a livello nazionale, esiste ancora una cultura del mare viva e concreta. Ma è una cultura che sopravvive soprattutto nei luoghi come quello, tra i soci, tra chi il mare lo frequenta, lo conosce, lo rispetta.
Tra quelle persone si percepisce una consapevolezza diversa. Non teorica, ma maturata attraverso l’esperienza. Una conoscenza fatta di pratica, di memoria, di osservazione diretta. È una cultura che non ha bisogno di essere proclamata, perché si manifesta nei gesti, nelle parole, nei riferimenti condivisi.
Fuori da questi contesti, invece, il mare resta troppo spesso relegato a immagine turistica, a sfondo estivo, quando non addirittura a problema da gestire. Una distanza culturale che pesa, e che rischia di allontanarci sempre di più da quella che dovrebbe essere una delle nostre principali vocazioni.
E allora, mentre il capannello lentamente si scioglie e ognuno riprende la propria strada, resta dentro una sensazione precisa. Non è nostalgia, o almeno non solo. È piuttosto la consapevolezza che esiste ancora un patrimonio umano e culturale legato al mare che merita di essere custodito e trasmesso.
Cagliari, in fondo, continua a vivere anche grazie al suo mare. Lo si vede nel suo porto, nelle banchine, nelle passeggiate quotidiane di chi non ha mai smesso di guardarlo come parte della propria esistenza. E forse è proprio da qui che si può ripartire: da questa cultura silenziosa ma resistente, che tra il Poetto e Su Siccu continua a ricordarci chi siamo stati e, soprattutto, chi potremmo ancora essere.
