La sconfitta, quando è chiara, non va aggirata. Va guardata in faccia. Senza alibi, senza furbizie lessicali, senza il solito armamentario delle autoassoluzioni di partito. Perché ci sono momenti in politica in cui il problema non è perdere una consultazione, ma non capire perché la si è persa. Ed è questo il punto più serio che oggi la destra di governo dovrebbe affrontare. Senza un’assunzione di responsabilità, il centrodestra rischia di smarrire consenso e credibilità. E il prezzo lo pagheranno gli elettori, non i gruppi di potere.
Da troppo tempo, attorno a certi errori, si continua a stendere un velo protettivo. Si minimizza, si cambia argomento, si finge che tutto sia sotto controllo. Ma non è così. Il malessere c’è, si sente, cresce. E questa volta si è manifestato con una durezza che dovrebbe impedire ogni rimozione. Non era soltanto un voto su un tema specifico. Era un giudizio politico. Un segnale. Un avvertimento.
La domanda, allora, è semplice e scomoda: chi governa ha ancora la capacità di riflettere davvero? O si è ormai chiuso dentro una routine servile, autoreferenziale, autoassolutoria, nella quale ogni critica viene considerata fastidiosa e ogni dissenso liquidato come un tradimento? E se non corrono davvero ai ripari, dopo una legnata così, significa che hanno raggiunto un livello di insensibilità quasi irreale. Come se nulla fosse successo. Come se bastasse tirare avanti.
È il momento di svegliarsi. Di uscire da quella routine che porta sempre a giustificare tutto e a non cambiare mai niente. Perché la luna di miele con l’elettorato è finita da un pezzo. È durata anche troppo, aiutata da un’opposizione spesso inconsistente, più teatrale che credibile. Ma oggi il clima è cambiato. E quando cominciano a volare i piatti, vuol dire che la pazienza è finita.
Il punto più grave, però, è un altro. Gli errori non li pagherà chi li ha fatti. Non li pagherà il piccolo cerchio di via della Scrofa, chiuso nelle sue logiche e nelle sue protezioni. Li pagheranno invece i cittadini. Quelli che avevano creduto davvero in una svolta. Perché l’errore più pesante è stato affidarsi a una classe dirigente familista, inadeguata, spesso improvvisata. Gente scelta per vicinanza e fedeltà, non per capacità. E quando succede questo, il risultato è inevitabile: si perde il contatto con la realtà, si smette di capire il Paese e, prima o poi, si paga il conto.
A tutto questo si aggiunge un elemento che raramente viene affrontato con la necessaria franchezza: la qualità della classe dirigente territoriale. Non è un dettaglio. In molte realtà, soprattutto nel Mezzogiorno, essa rappresenta il vero punto di rottura tra consenso potenziale e consenso reale. Qui il problema non è soltanto l’assenza di una proposta forte. È qualcosa di più profondo: una classe dirigente spesso squalificata, poco rappresentativa, priva di radicamento autentico e selezionata secondo logiche che nulla hanno a che vedere con il merito o con la capacità politica. Il risultato è paradossale ma evidente: non si mobilita il proprio elettorato, si mobilita quello contrario. Accade così che il voto non diventi scelta, ma reazione. Non adesione, ma rigetto. E questo è il segnale più preoccupante, perché indica una frattura ormai aperta tra territorio e vertice, tra società reale e ceto politico.
C’è poi un altro aspetto che non può essere ignorato, ed è quello della comunicazione. Il messaggio dato agli elettori, in questa fase, non è stato chiaro. E questo, in politica, è già un errore grave. Si è parlato troppo un linguaggio istituzionale e troppo poco politico. Un linguaggio più adatto ai palazzi che alle persone. È mancata una linea semplice, riconoscibile, capace di essere compresa e ricordata. Si è dato spesso l’impressione di una comunicazione difensiva, più impegnata a giustificare che a proporre.
Il risultato è stato inevitabile: il messaggio non è arrivato.Quando un elettore deve sforzarsi per capire cosa gli si sta dicendo, la partita è già compromessa. La politica, quando funziona, segue una regola elementare: poche idee, chiare, ripetute, riconoscibili. Qui invece si è vista una comunicazione frammentata, poco coerente, a tratti persino contraddittoria. Ma soprattutto scollegata dal vissuto reale delle persone. E allora accade ciò che abbiamo visto: non si crea consenso, non si rafforza fiducia, si genera confusione. E la confusione, in politica, non viene mai premiata. Viene punita. O, peggio ancora, viene ignorata.
La storia recente dovrebbe insegnare prudenza. In Italia si passa molto in fretta da percentuali rassicuranti a crolli rovinosi. I Cinque Stelle lo hanno dimostrato in modo clamoroso: dall’ubriacatura del consenso alla rapida evaporazione della credibilità. Non c’è alcun gusto nel dire: l’avevamo detto. C’è semmai amarezza. Perché una parte del Paese aveva davvero sperato in una stagione diversa. E oggi vede invece crescere opacità, improvvisazione e una preoccupante incapacità di correggersi.
Nel frattempo, fuori dai palazzi, c’è già chi si prepara a presentare il conto. Le toghe non hanno mai nascosto il loro atteggiamento. E quando si arriva al punto di cantare “Bella ciao”, il segnale è fin troppo chiaro: la resa dei conti non è un’ipotesi, è qualcosa che si prepara da tempo. Per questo il risveglio rischia di essere brutto per tutti. Serve verità. Serve una riflessione rapida, adulta. Serve il coraggio di cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Perché quando cominciano a volare i piatti, significa che in casa nessuno crede più che basti far finta di niente.
