Ci sono città che si visitano e città alle quali si arriva. Per me New York appartiene alla seconda categoria. Vi arrivavo dal mare, dopo la traversata dell’Atlantico, negli anni in cui navigavo sui transatlantici della Home Lines. Ed è forse per questo che l’immagine che conservo di New York è diversa da quella di chi vi giunge oggi in poche ore di aereo. La nostra New York cominciava molto prima dell’ormeggio. Dopo giorni di Atlantico arrivava finalmente il momento in cui la costa americana cominciava ad annunciare New York. Poi l’ingresso nelle sue acque, la navigazione verso il porto e, poco alla volta, Manhattan che prendeva forma davanti ai nostri occhi.
.Per chi era di servizio sul ponte non era naturalmente il momento di distrarsi. C’erano la navigazione, il traffico, le comunicazioni, le manovre e tutte le responsabilità che accompagnavano l’arrivo di una grande nave in uno dei porti più importanti del mondo. Ma eravamo giovani e sarebbe falso dire che quella visione ci lasciasse indifferenti. Ricordo ancora l’emozione della prima volta che vidi la Statua della Libertà.
L’avevo vista sui libri, nelle fotografie e nei film, ma trovarsela davanti arrivando dal mare era un’altra cosa. Per generazioni di emigranti italiani quella statua aveva rappresentato la conclusione di una traversata e l’inizio, spesso durissimo, di una nuova vita. Per noi giovani marittimi era il segnale che un’altra traversata dell’Atlantico stava terminando.
C’è un’immagine di quegli anni che il tempo ha reso ancora più significativa. Era in costruzione il World Trade Center e noi, tornando periodicamente a New York, vedevamo le Torri Gemelle salire verso il cielo. A ogni nuovo arrivo guardavamo Manhattan e contavamo i piani che erano cresciuti dall’ultima volta. Era diventato quasi un piccolo rito fra noi.
Un viaggio dopo l’altro quelle strutture diventavano sempre più alte e modificavano davanti ai nostri occhi il profilo della città. Allora nessuno poteva immaginare ciò che quelle torri avrebbero rappresentato nel mondo e, tanto meno, la tragedia che molti anni dopo le avrebbe cancellate dallo skyline di Manhattan.Per noi erano semplicemente la New York del futuro che cresceva davanti alle nostre navi.Ripensandoci oggi, mi accorgo che un marittimo misura il trascorrere del tempo anche attraverso i porti nei quali ritorna. Un nuovo edificio, una banchina modificata, un quartiere che cambia aspetto. Noi, in quegli anni, vedevamo letteralmente crescere New York dal mare.
Quando il servizio lo permetteva, lasciata la nave cominciava un’altra New York.Broadway illuminata nella notte, Central Park, Rockefeller Center nel periodo natalizio e quella vitalità che per noi giovani italiani aveva qualcosa di straordinario. Una sera il nostro ultimo approdo fu il Metropole Cafe, a pochi passi da Times Square.Quella sera suonava Gene Krupa.
Ci sedemmo a uno dei tavoli davanti al palco, quasi increduli di poter ascoltare da così vicino uno dei grandi protagonisti del jazz americano. Il locale era affollato: fumo, conversazioni, bicchieri, risate e musica. Krupa era al centro della scena con la sua inconfondibile energia. A un certo punto accadde qualcosa che non ho mai dimenticato.Si accorse di noi. Ci guardò, ci sorrise con un cenno del capo e poi partì una versione jazzata di ’O sole mio.Fu un omaggio inatteso.
Eravamo a migliaia di chilometri da casa, nel cuore di Manhattan, e improvvisamente quella melodia così familiare ci raggiungeva trasformata dai ritmi del jazz americano. Per qualche minuto Napoli e New York sembrarono stringersi la mano.Ci guardammo senza bisogno di parlare. Quel grande musicista americano aveva capito che davanti a lui c’erano dei giovani italiani e, a modo suo, ci stava dando il benvenuto. Quando il brano terminò partì l’applauso.
Sono trascorsi più di cinquant’anni. Ho certamente dimenticato molti particolari delle mie serate newyorkesi, ma quella scena è rimasta intatta: Gene Krupa, il Metropole, Manhattan fuori dalla porta e le note di ’O sole mio trasformate in jazz.Da giovani si vivono certi momenti quasi con naturalezza. È soltanto molti anni dopo che ci si rende conto di quanto fossero irripetibili.
Ma la mia New York non era soltanto Manhattan.A Brooklyn c’era una parte della mia famiglia e c’era soprattutto mio zio Gennarino.Un giorno, mentre fuori la neve rendeva quasi bianca la finestra, cominciò a raccontarmi la sua America.Lo ricordo mentre fissava con i suoi grandi occhi azzurri un punto lontano. Parlava di anni difficili, quando per tanti giovani italiani l’America rappresentava una speranza di riscatto dalla miseria e dalle rinunce.Nella sua voce, nonostante gli anni trascorsi oltreoceano, riconoscevo ancora l’accento procidano. Ma era ormai mescolato alle espressioni e alla pronuncia acquisite a New York.
Forse era proprio quella voce a raccontare meglio di ogni altra cosa la condizione dell’emigrante: diventare cittadino del Nuovo Mondo senza riuscire, e forse senza volerlo, a recidere completamente le proprie radici.Gennarino mi parlò delle paure legate all’arrivo, di Ellis Island, dei controlli e del timore di essere respinti. Mi raccontò dell’accoglienza ricevuta dai parenti già stabiliti in America e dei primi lavori sulle trafficatissime banchine del porto di New York.Nel suo racconto c’erano sacrificio e amarezza, ma anche fierezza.La fierezza di appartenere a quella generazione di italiani che con il proprio lavoro aveva contribuito alla crescita dell’America: uomini e donne che avevano scaricato navi, costruito strade e palazzi, lavorato nelle fabbriche, aperto negozi e creato imprese.
Quella lunga conversazione con zio Gennarino l’ho raccontata più estesamente nel mio primo libro, perché appartiene non soltanto alla storia della mia famiglia, ma anche a quella di tanti italiani partiti per l’America.Ascoltandolo, però, pensavo inevitabilmente ai miei arrivi a New York.Io entravo in quel porto da ufficiale della Marina mercantile italiana, sapendo che dopo qualche giorno la nave avrebbe mollato gli ormeggi e io sarei ripartito.Gennarino era arrivato attraverso lo stesso oceano con una prospettiva completamente diversa.Per lui e per tanti come lui quella traversata poteva essere un viaggio senza ritorno.
La stessa Statua della Libertà che tanto mi aveva emozionato la prima volta che l’avevo vista dal mare acquistava così, attraverso le parole di mio zio, un significato diverso.Io l’avevo guardata con gli occhi di un marittimo. Mio zio con quelli di un emigrante.Lo stesso mare ci aveva condotti nello stesso porto, ma raccontava due storie profondamente diverse.Fra i ricordi newyorkesi ce n’è poi uno che appartiene a una dimensione ancora diversa della mia vita.
Durante il mio imbarco sull’Oceanic ebbi la possibilità di trascorrere un periodo di vacanza a New York con mia moglie.Conoscevo già la città. Eppure, insieme a lei, mi sembrò diversa.Il marittimo conosce molti porti, talvolta torna decine di volte nella stessa città, ma quasi sempre vive quei luoghi secondo i tempi della nave: il turno di servizio, qualche ora libera, l’orario entro il quale bisogna essere nuovamente a bordo, la successiva partenza.Quella volta potevo invece guardare New York non soltanto come ufficiale sbarcato temporaneamente dalla sua nave, ma come un uomo che condivideva quei luoghi con sua moglie.Anche una città già conosciuta può diventare nuova quando cambia la persona con la quale la si guarda.
È un ricordo al quale sono particolarmente legato e che, proprio per questo, ho voluto raccontare con maggiore ampiezza in un capitolo del mio libro.La New York che conobbi non esiste più.Non significa che quella di oggi sia migliore o peggiore. È semplicemente un’altra città.È cambiato lo skyline. Sono cambiate le strade, i quartieri, i ritmi. Le Torri Gemelle che avevamo visto crescere piano dopo piano non ci sono più. Altri edifici hanno preso il loro posto nel profilo di Manhattan.
Ed è cambiato profondamente anche il modo di andare per mare.Le navi sono diverse, le tecnologie hanno trasformato la navigazione e le comunicazioni hanno quasi cancellato quella sensazione di lontananza che accompagnava le nostre traversate. Ai nostri tempi la distanza era distanza vera.Partire significava anche separarsi. Le notizie da casa non arrivavano istantaneamente e per giorni la nave diventava un piccolo mondo autonomo, con le proprie regole, i propri ritmi e soprattutto i propri rapporti umani. Non dico che quel mondo fosse migliore.Era diverso.
E forse proprio perché è quasi scomparso sento oggi il valore di raccontarlo. Dopo tanti anni mi accorgo che di New York non ricordo soltanto monumenti, strade o locali. Ricordo soprattutto il modo in cui la città appariva davanti a noi arrivando dal mare. Prima un profilo lontano.Poi Manhattan sempre più nitida.La Statua della Libertà.L’Hudson.Le manovre.Il porto.E, viaggio dopo viaggio, quei piani delle Torri Gemelle che continuavano a salire verso il cielo.Sono immagini che porto con me da più di mezzo secolo.
Alcune di queste memorie, insieme a molte altre esperienze di mare e di vita, sono confluite nelle pagine di “Non sono mai sceso da una nave – Memorie di mare, di uomini e di vita”.Non le ho raccolte soltanto per nostalgia.Le ho raccolte perché credo che ricordare significhi anche lasciare una testimonianza di ciò che abbiamo visto, degli uomini che abbiamo incontrato e di un modo di navigare e conoscere il mondo che appartiene ormai a un’altra epoca.Perché ci sono porti dai quali una nave riparte dopo poche ore.
Ma ci sono anche porti che, senza accorgercene, continuano a viaggiare con noi per tutta la vita.
