Quando attraversavo il Canale di Suez sulle petroliere dirette verso gli Stati Uniti, il Mediterraneo era già il centro invisibile della Guerra Fredda. Le flotte americane, le rotte del petrolio, le basi NATO disseminate lungo le coste italiane raccontavano molto più di quanto allora riuscissimo pienamente a comprendere.
Anche un giovane ufficiale di bordo intuiva che quel mare non era soltanto una via commerciale. Era il punto d’incontro di interessi economici, energetici e militari destinati a condizionare il destino delle nazioni.
Le petroliere che uscivano dal Golfo Persico trasportavano non soltanto greggio, ma il funzionamento stesso dell’Occidente industriale. E il Mediterraneo rappresentava il passaggio obbligato di quell’equilibrio mondiale.
L’Italia occupava il centro geografico di questo scenario. Ma col passare degli anni avrebbe progressivamente rinunciato a trasformare quella posizione in una reale autonomia strategica. Sarebbe storicamente ingiusto negare il ruolo svolto dagli Stati Uniti nel dopoguerra. L’Italia uscita dalla Seconda guerra mondiale era economicamente distrutta, politicamente fragile e stretta fra le tensioni di un mondo diviso in blocchi contrapposti. Il Piano Marshall, la protezione americana e l’inserimento nell’alleanza atlantica consentirono al nostro Paese di ricostruirsi e di crescere. In quel contesto storico la scelta occidentale apparve inevitabile.
Ma le alleanze, col tempo, possono trasformarsi in dipendenze. Ed è forse questo il nodo che ancora oggi molti italiani evitano di affrontare con lucidità. L’Italia, per storia e posizione geografica, avrebbe dovuto sviluppare una propria autonoma visione mediterranea. La nostra penisola non è una periferia marginale dell’Europa continentale. È una piattaforma naturale proiettata verso il Mediterraneo, il Nord Africa, il Medio Oriente e le grandi rotte commerciali mondiali.
Per secoli il mare è stato la nostra vera forza strategica. Le repubbliche marinare, i commerci, la cantieristica, i porti e la navigazione avevano dato all’Italia una profonda identità marittima. Anche nel dopoguerra la marina mercantile italiana rappresentava ancora una presenza importante sulle rotte internazionali.
Ricordo l’arrivo nei porti americani durante gli anni della mia navigazione sulle petroliere della Getty Oil. Delaware City appariva come una gigantesca macchina industriale perfettamente inserita in una strategia energetica globale. Le raffinerie, il traffico continuo delle navi, le infrastrutture portuali mostravano concretamente la potenza economica e marittima degli Stati Uniti. Lì si comprendeva come il controllo del mare significasse anche controllo dell’energia e dell’economia.
L’Italia, invece, pur trovandosi al centro del Mediterraneo, cominciava lentamente a perdere la coscienza della propria funzione marittima.
Mentre altre potenze continuavano a ragionare in termini geopolitici, noi smettevamo progressivamente di guardare al mare come elemento decisivo del nostro destino nazionale. La cultura marinara si indeboliva, la marina mercantile perdeva peso, i porti venivano spesso amministrati senza una strategia comune.
Nel frattempo il Mediterraneo diventava sempre più importante. La presenza americana cresceva costantemente. La Sesta Flotta attraversava il Mediterraneo come simbolo concreto dell’equilibrio occidentale. Le basi NATO in Sicilia, a Napoli e in altre aree strategiche italiane assumevano un ruolo sempre più rilevante.
L’Italia diveniva, di fatto, il principale avamposto americano nel Mediterraneo. Naturalmente tutto questo avveniva nel quadro della Guerra Fredda. L’Unione Sovietica rappresentava una minaccia reale e il controllo del Mediterraneo era considerato essenziale per la sicurezza occidentale. Ma ciò che allora appariva come una necessità temporanea si è trasformato col tempo in una condizione permanente.
Anche dopo la fine dell’URSS l’Italia non ha mai realmente elaborato una propria autonoma strategia mediterranea. Ha continuato a muoversi quasi esclusivamente all’interno degli equilibri stabiliti da Washington e dalla NATO. Eppure il mondo stava cambiando. La globalizzazione, che molti avevano immaginato come un’epoca di pace commerciale permanente, ha invece riaperto la competizione fra grandi potenze. La Cina è entrata nei porti africani e mediterranei. La Russia ha cercato nuovi spazi di influenza nel Mediterraneo. La Turchia ha rilanciato le proprie ambizioni regionali. Le crisi energetiche hanno riportato il mare al centro della politica internazionale.
E l’Italia? Spesso appare priva di una vera visione strategica del proprio interesse nazionale. Si parla molto di Europa, ma l’Europa stessa fatica ad esprimere una linea geopolitica autonoma. Le grandi decisioni sulla sicurezza, sull’energia e sui conflitti internazionali continuano ad essere fortemente influenzate dagli Stati Uniti. E l’Italia si adegua quasi sempre senza aprire un reale dibattito sul proprio ruolo nel Mediterraneo.
Il caso energetico è forse il più evidente. Un Paese naturalmente proiettato verso il Nord Africa e il Mediterraneo orientale avrebbe potuto sviluppare una politica energetica autonoma e lungimirante, sfruttando la propria posizione geografica. Invece ci siamo spesso mossi inseguendo crisi internazionali e decisioni prese altrove.
Ma il problema non è soltanto politico o economico. È anche culturale. L’Italia ha progressivamente smarrito la coscienza di essere una nazione marittima. Le nuove generazioni conoscono poco il valore strategico dei porti, delle rotte commerciali, della marina mercantile e della geopolitica del mare. Il Mediterraneo viene percepito quasi esclusivamente come spazio turistico, non come centro vitale della nostra storia e della nostra sovranità.
Eppure la geografia continua a fare la storia. Le rotte energetiche attraversano ancora Suez. L’Africa cresce davanti alle nostre coste. I traffici commerciali mondiali passano attraverso il Mediterraneo. Le tensioni internazionali riportano al centro flotte, logistica, energia e controllo dei mari. Chi ha navigato per anni tra il Golfo Persico, Gibilterra, il Mediterraneo e i porti americani sa bene che il mare non è mai soltanto acqua. È potere, commercio, sicurezza, politica. Forse il vero problema dell’Italia contemporanea non è soltanto la dipendenza strategica dagli Stati Uniti, ma la progressiva perdita della coscienza di sé come nazione marittima.
Un popolo che dimentica il proprio mare finisce inevitabilmente per affidare ad altri anche parte del proprio destino. E il Mediterraneo, oggi più che mai, continua pazientemente a ricordarcelo.
