Leggendo un recente articolo di Marco Valle sulla crisi mediorientale, mi sono venute spontanee alcune riflessioni. In quelle righe si coglie un’immagine efficace: mentre il conflitto si allarga e si complica, si aggirano quasi come presenze evanescenti due grandi istituzioni della scena internazionale, le Nazioni Unite e l’Unione Europea. Silenziose, marginali, incapaci di incidere realmente sugli eventi.
Per quanto riguarda le Nazioni Unite, si ha ormai la sensazione di trovarsi davanti a una struttura che appartiene a un’altra epoca. Un organismo nato per garantire equilibrio e dialogo, ma che nel tempo ha perso progressivamente capacità operativa e autorevolezza. Le sue prese di posizione restano spesso dichiarazioni formali, prive di conseguenze concrete, mentre gli Stati, grandi o piccoli che siano, sembrano aver smesso da tempo di considerarle determinanti nelle proprie scelte.
Questo quadro iniziale non è solo una constatazione amara, ma il punto di partenza per una riflessione più ampia. Perché se il venir meno del ruolo delle Nazioni Unite è un processo lungo e, per certi versi, già metabolizzato, ben più significativa appare l’assenza dell’Europa, che invece dovrebbe essere, per storia e per prossimità geografica, uno degli attori principali in una crisi come quella mediorientale.
Chi ha navigato sa bene che ci sono momenti in cui il mare cambia improvvisamente volto. Il cielo si chiude senza preavviso, il vento gira, la pressione cala e, quasi senza accorgersene, ci si trova immersi in una situazione completamente diversa da quella di poche ore prima. In quei frangenti non si può restare fermi, né limitarsi a osservare. Occorre decidere, correggere, assumersi la responsabilità della manovra. È la differenza tra governare la nave e lasciarsi portare alla deriva.
Ecco, osservando quanto accade oggi nel Medio Oriente, l’impressione è che l’Europa abbia smarrito proprio questa capacità: quella di tenere la rotta nelle tempeste.
Non si tratta solo di assenza fisica o diplomatica. È qualcosa di più sottile, ma proprio per questo più grave. È una presenza che non si avverte, una voce che non si ascolta, una volontà che non si manifesta. Mentre altri attori si muovono con decisione, con interessi chiari e strategie definite, l’Unione Europea appare distante, quasi estranea agli eventi. Le sue parole arrivano deboli, come segnali radio disturbati, privi di forza e soprattutto di conseguenze. Non incidono, non orientano, non determinano.
Chi ha vissuto la vita di bordo sa che esistono momenti in cui anche un ordine semplice deve essere dato con chiarezza e tempestività. Se il comandante esita, se gli ufficiali non hanno indicazioni precise, l’equipaggio percepisce immediatamente quella incertezza. E il rischio non è solo tecnico, ma psicologico: si perde fiducia, si perde coesione, si perde il senso stesso della navigazione.
Trasferendo questa immagine sul piano politico, l’Europa sembra oggi proprio questo: una nave con ottimi mezzi, con uomini preparati, ma senza una direzione condivisa. Ogni Stato membro guarda al proprio orizzonte, spesso limitato e immediato, mentre manca una visione complessiva capace di unire gli sforzi e trasformarli in azione concreta.
E pensare che, almeno all’inizio di questa crisi, qualche segnale diverso si era intravisto. Si era parlato di una presenza nel Mediterraneo orientale, di un coordinamento tra alcune marine europee, di una linea che potesse avere non solo valore operativo, ma anche simbolico. Un modo per dire che l’Europa c’era, che non era spettatrice. Poi, però, tutto si è dissolto. Le intenzioni si sono sfilacciate, le decisioni sono state rinviate, e alla fine ciascuno ha preso la propria strada.
In mare, questo è uno degli errori più gravi che si possano commettere. Quando si naviga in convoglio, la coesione è fondamentale. Basta che una nave rompa la formazione, che un comandante decida di agire per conto proprio, e l’intero dispositivo perde efficacia. Ciò che potrebbe essere una forza diventa una somma di debolezze.
Un altro insegnamento che il mare offre è legato al tempo. Le decisioni, quando sono necessarie, non possono essere rimandate all’infinito. Esiste un momento in cui bisogna agire. Superato quel momento, ogni scelta diventa più difficile, più costosa, talvolta inutile. E spesso, quando si interviene troppo tardi, non si fa altro che inseguire gli eventi invece di guidarli.
È esattamente ciò che sembra accadere oggi all’Europa. Il mondo non aspetta. Le crisi si sviluppano rapidamente, si trasformano, coinvolgono nuovi attori. Gli equilibri cambiano con una velocità che richiederebbe lucidità e prontezza. In questo scenario, chi esita viene inevitabilmente messo ai margini.
E infatti, guardando a quanto accade, si ha la sensazione che le grandi partite si giochino altrove. Altri Paesi occupano gli spazi, conducono trattative, definiscono accordi. L’Europa, invece, appare come una presenza secondaria, quando non addirittura irrilevante. Non per mancanza di mezzi, ma per assenza di una volontà politica capace di trasformare quei mezzi in influenza reale.
A tutto questo si aggiunge un aspetto che riguarda più direttamente la vita dei cittadini. Le crisi internazionali non restano mai confinate lontano. Arrivano sotto forma di instabilità economica, di aumento dei costi energetici, di incertezze che si riflettono sulle famiglie e sulle imprese. In questi momenti, ci si aspetterebbe una risposta rapida, concreta, visibile.
E invece, anche su questo piano, l’Europa appare lenta, appesantita, quasi paralizzata. Come una nave che, pur avendo motori potenti, fatica a rispondere al timone perché sovraccarica di procedure, vincoli, esitazioni. Il risultato è una distanza crescente tra le istituzioni e i cittadini, una percezione di inefficacia che alimenta dubbi e disaffezione.
Viene allora spontaneo chiedersi se non sia giunto il momento di una riflessione più profonda. Non si tratta di mettere in discussione l’idea europea in sé, ma di interrogarsi sulla sua attuale capacità di rispondere alle sfide del presente. Perché ogni costruzione, per quanto solida possa apparire, deve essere periodicamente verificata alla prova dei fatti.
Il mare insegna che nessuna nave è invulnerabile. Anche le più moderne e attrezzate devono fare i conti con le condizioni esterne, con gli imprevisti, con la necessità di adattarsi. Ma insegna anche che la differenza la fa l’uomo: la sua esperienza, la sua capacità di decidere, il suo senso di responsabilità.
Oggi l’Europa si trova davanti a una scelta che, per molti versi, ricorda quei momenti decisivi della navigazione. Può continuare a restare ai margini, affidandosi a una prudenza che spesso si traduce in immobilismo, oppure può ritrovare una rotta, una direzione, una voce.
Non sarà un percorso semplice. Richiederà volontà politica, capacità di sintesi, coraggio nelle decisioni. Ma soprattutto richiederà una consapevolezza nuova: quella che nel mondo di oggi non esistono spazi vuoti. Se non li occupi, qualcuno lo farà al posto tuo.
Perché nelle tempeste del mondo, il silenzio non è mai una scelta neutrale. È già, di fatto, una resa.
