Ci sono luoghi del mare che non sono soltanto punti della geografia. Sono nodi della storia. Stretti corridoi d’acqua nei quali passano rotte commerciali, interessi energetici e, spesso, anche le tensioni tra le grandi potenze. Gibilterra, Suez, Bab el-Mandeb, Malacca. E poi Hormuz.
Chi osserva una carta nautica potrebbe pensare che si tratti soltanto di un passaggio relativamente stretto tra due coste aride del Medio Oriente. In realtà lo stretto di Hormuz è uno dei cardini dell’economia mondiale. Attraverso quel corridoio marittimo passa circa un quinto del petrolio trasportato ogni giorno via mare. Se quel passaggio si blocca, anche solo per pochi giorni, il sistema energetico globale entra immediatamente in tensione. Negli ultimi anni questa eventualità è tornata al centro dell’attenzione internazionale. Le tensioni nel Golfo Persico, la crescente rivalità tra potenze regionali e la recente crisi del Mar Rosso hanno riportato il mare al centro della geopolitica mondiale.
Per chi ha navigato su quelle rotte molti anni fa queste notizie hanno un significato particolare. Perché dietro le analisi strategiche restano nella memoria immagini molto concrete di navigazione. Ricordo ancora la prima volta che la nostra petroliera si avvicinò all’ingresso del Golfo Persico diretta verso Mina Saud. Dopo giorni di navigazione nell’Oceano Indiano il paesaggio marittimo sembrava cambiare lentamente. L’aria diventava più secca, il mare più calmo e il traffico delle petroliere aumentava progressivamente. Nella notte, dalla plancia, si vedevano le luci di altre navi ferme in attesa di carico. Sembravano piccole stelle posate sull’acqua. Era la prima immagine concreta di quella gigantesca macchina energetica che collegava il Golfo Persico al resto del mondo. Eravamo giovani ufficiali e avevamo la sensazione di entrare in uno dei grandi crocevia della navigazione moderna.
All’epoca il Golfo Persico non era ancora diventato il teatro permanente delle tensioni geopolitiche che conosciamo oggi. L’Iran dello Scià rappresentava uno dei pilastri dell’equilibrio regionale e le monarchie petrolifere della penisola arabica stavano appena iniziando il loro sviluppo economico. Il petrolio scorreva verso l’Europa, verso il Giappone e verso gli Stati Uniti alimentando quella crescita industriale che avrebbe trasformato il mondo negli anni successivi.
L’arrivo a Mina Saud aveva qualcosa di essenziale, quasi primordiale. La costa appariva bassa, sabbiosa, quasi indistinguibile dal colore del cielo. Non c’erano città nel senso tradizionale del termine. C’erano lunghi pontili petroliferi che si allungavano verso il mare, costruiti con un solo scopo: caricare greggio sulle grandi petroliere dirette verso i mercati internazionali. Dietro quei pontili cominciava il deserto. Durante le operazioni di carico la nave sembrava sospesa fra due mondi. Da una parte il mare, con le rotte che portavano verso l’Europa e l’America. Dall’altra il deserto della penisola arabica, immenso e silenzioso.
Di giorno il caldo del Golfo Persico era intenso. Di notte invece il cielo diventava limpido e immenso e il silenzio era rotto soltanto dal rumore delle pompe e dal lento respiro della nave che caricava il suo carico di petrolio. In quei momenti si aveva la sensazione di essere parte di un grande sistema che collegava continenti lontani. Allora non parlavamo di geopolitica. Ma in realtà stavamo navigando dentro uno dei suoi scenari più importanti.
Già alla fine dell’Ottocento i primi teorici della geopolitica avevano compreso che il controllo delle rotte marittime e degli stretti strategici avrebbe giocato un ruolo decisivo nella storia delle nazioni. Le vie del mare sono le vere arterie dell’economia mondiale. Oggi questa verità appare evidente. Il commercio globale dipende da una rete relativamente ristretta di passaggi obbligati. Il Canale di Suez, lo stretto di Bab el-Mandeb all’ingresso del Mar Rosso, Hormuz nel Golfo Persico e Malacca nel Sud-Est asiatico formano una sorta di collana strategica che collega le principali rotte energetiche e commerciali del pianeta.
Quando uno di questi nodi entra in crisi, l’intero sistema logistico mondiale ne risente immediatamente. La recente crisi del Mar Rosso lo ha dimostrato con chiarezza. Gli attacchi alle navi mercantili hanno costretto molte compagnie a evitare la rotta di Suez e a circumnavigare l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza. Le rotte si sono allungate e i costi del trasporto sono aumentati.
In questo scenario lo stretto di Hormuz rimane uno dei punti più sensibili dell’intero sistema energetico mondiale. L’Iran controlla la costa settentrionale dello stretto e considera quel passaggio uno spazio strategico vitale per la propria sicurezza. Negli ultimi anni Teheran ha sviluppato una strategia navale capace di esercitare pressione proprio su questo corridoio marittimo.
Dall’altra parte gli Stati Uniti e i loro alleati mantengono nel Golfo Persico una presenza navale permanente per garantire la libertà di navigazione. È un equilibrio fragile. Basta un incidente o un confronto militare per trasformare lo stretto di Hormuz in uno dei punti più pericolosi del pianeta. Nel frattempo la geografia del commercio energetico sta cambiando. Se per gran parte del Novecento il petrolio del Golfo Persico era diretto soprattutto verso l’Europa e gli Stati Uniti, oggi la rotta principale conduce verso l’Asia. Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono diventati i principali destinatari del greggio mediorientale. Le petroliere che lasciano il Golfo attraversano l’Oceano Indiano e puntano verso i grandi porti asiatici, alimentando uno dei flussi energetici più importanti del XXI secolo.
In questo scenario si inserisce anche un fenomeno tipico della storia del trasporto marittimo: nei momenti di crisi alcuni armatori scelgono di correre rischi che altri preferiscono evitare. La stampa internazionale ha recentemente attirato l’attenzione sul caso dell’armatore greco George Prokopiou. Con la sua compagnia Dynacom Tankers, uno dei maggiori operatori del trasporto petrolifero mondiale, l’imprenditore ellenico ha continuato a inviare petroliere nello stretto di Hormuz nonostante la crescente tensione militare nella regione.
Secondo il Wall Street Journal almeno cinque navi della sua flotta hanno attraversato lo stretto mentre altri operatori preferivano evitare la rotta per timore di attacchi o sequestri. Una delle petroliere della compagnia, la Shenlong, dopo avere caricato greggio saudita nel Golfo Persico è stata localizzata nei giorni successivi vicino alle coste dell’India, diretta verso i mercati asiatici. La scelta di Prokopiou ricorda una stagione storica della navigazione petrolifera. Durante la crisi di Suez negli anni Cinquanta armatori come Aristotele Onassis e Stavros Niarchos ottennero enormi profitti approfittando dell’aumento vertiginoso delle tariffe delle petroliere.
Anche oggi il rischio crescente nel Golfo Persico ha fatto impennare i noli delle grandi petroliere. Una VLCC, le gigantesche Very Large Crude Carrier che trasportano milioni di barili di greggio, può raggiungere compensi giornalieri vicini ai cinquecentomila dollari, ai quali si aggiungono i costi delle assicurazioni contro i rischi di guerra. È il prezzo della navigazione in un mare tornato improvvisamente al centro della geopolitica mondiale.
Chi osserva queste dinamiche da terra tende a considerarle questioni astratte. Ma per chi ha navigato su quelle rotte il mare resta una realtà concreta. Si ricordano le manovre negli stretti, la disciplina delle rotte di traffico, la presenza costante di altre navi all’orizzonte. E si capisce quanto fragile possa essere l’equilibrio di un passaggio marittimo attraverso il quale transitano ogni giorno milioni di barili di petrolio.
Le petroliere continuano a entrare e uscire dal Golfo Persico come hanno fatto per decenni. Ma lo fanno sotto lo sguardo attento delle grandi potenze e dentro un sistema di sicurezza che riflette le nuove tensioni della politica mondiale. In fondo non è una novità nella lunga storia del mare. Le rotte marittime non sono mai state soltanto vie di commercio. Sono sempre state anche linee di potere. Corridoi strategici attraverso i quali passano non solo merci ma anche interessi economici, equilibri politici e rapporti di forza tra le nazioni. Per questo lo stretto di Hormuz continua a essere uno dei luoghi simbolo della geopolitica del nostro tempo.
Il mare conserva sempre la memoria delle rotte. Le scie delle navi si dissolvono rapidamente sull’acqua, ma i passaggi obbligati della geografia restano immutati. Ed è proprio osservando questi stretti corridoi d’acqua che si comprende come, ancora oggi, il destino delle nazioni continui a dipendere dalle rotte invisibili tracciate sulle superfici degli oceani.
