La Civetta – Supplemento Sardegna, anno II, n.20, febbraio 2026
Associazione culturale Pensiero e Tradizione-Mantova
Supplemento regione sardegna – anno ii – numero 20-Direttore Angelo Abis
La filiera ittica italiana e il caso Sardegna: criticità strutturali e prospettive di Blue Economy nel Mediterraneo
La filiera ittica italiana vive oggi una fase decisiva. In un Paese segnato da incertezze economiche, inflazione persistente e un clima diffuso di sfiducia, il mare – che per secoli ha garantito cibo, lavoro e cultura – si trova esposto a fragilità nuove e profonde. Non si tratta di un semplice comparto produttivo: la filiera del mare rappresenta un patrimonio identitario e strategico, oggi stretto tra una pressione normativa crescente, una crisi dei consumi e carenze strutturali che si trascinano da anni senza una visione organica di lungo periodo.
Il quadro nazionale evidenzia una filiera frammentata, in cui pesca, trasformazione, logistica, distribuzione e consumo finale faticano a dialogare come parti di un unico sistema. La domanda alimentare è diventata più selettiva: i consumatori chiedono tracciabilità, sicurezza, qualità e trasparenza. Il pesce, alimento simbolo della dieta mediterranea, non è più una scelta automatica ma un atto consapevole che richiede fiducia nella filiera. In questo contesto, ciò che non riesce a comunicare valore, origine e garanzie tende a essere escluso, anche quando la qualità reale del prodotto è elevata.
La crescita dei consumi ittici resta modesta e discontinua, mentre i costi per le imprese aumentano: carburante, manutenzione, assicurazioni, strumenti obbligatori di controllo e monitoraggio incidono in modo crescente sulla redditività. A ciò si aggiunge una governance spesso instabile, fatta di decisioni tardive, norme complesse e provvedimenti emergenziali che non offrono certezze a chi vive di mare. Il prolungamento dei fermi pesca, i ritardi nei ristori e la rigidità di alcuni meccanismi europei hanno reso evidente la distanza tra chi legifera e chi lavora quotidianamente in mare.
Uno dei nodi principali riguarda l’applicazione uniforme delle regole. La pesca italiana non è un blocco omogeneo, ma un mosaico di flotte, tecniche, ambienti e tradizioni profondamente diverse. Eppure, troppo spesso, le politiche nazionali ed europee continuano a trattarla come un comparto unico, con strumenti pensati per contesti lontani dalla realtà mediterranea. È qui che il caso della Sardegna diventa emblematico.
L’Isola rappresenta una sintesi amplificata delle criticità della filiera ittica italiana. Se a livello nazionale il settore soffre per frammentazione normativa, squilibri competitivi e mancanza di coordinamento, in Sardegna questi problemi risultano aggravati dall’insularità, dai costi logistici elevati e dalla debolezza strutturale dei collegamenti. Nonostante un mare ricchissimo e una tradizione millenaria, la produzione locale copre circa il 40% del fabbisogno e l’export resta quasi inesistente. Non per mancanza di qualità, ma per l’assenza di una vera continuità territoriale delle merci e per costi di trasporto che rendono poco competitivo qualsiasi tentativo di apertura ai mercati esterni.
Eppure, proprio la Sardegna possiede tutte le condizioni per diventare un modello avanzato di Blue Economy nel Mediterraneo. La sua biodiversità, la varietà degli ambienti marini, la presenza di comunità costiere ancora fortemente legate al mare e la pluralità dei metodi di cattura offrono un laboratorio naturale unico. A condizione, però, di abbandonare approcci uniformi e costruire una governance differenziata.
Una prima esigenza è quella di distinguere chiaramente le aree e le modalità di pesca. Le acque che circondano l’Isola potrebbero essere suddivise almeno in tre grandi ambiti: zone lagunari, pesca costiera o piccola pesca, pesca d’altura e dei fondali. Ognuna di queste realtà richiede regole, strumenti e politiche diverse. Applicare lo stesso schema normativo a contesti così differenti significa generare inefficienze, conflitti e, spesso, abbandono dell’attività.
Le zone lagunari, in particolare, rappresentano uno spazio ancora poco valorizzato. Qui la pesca può integrarsi con nuove forme di economia del mare: ittiturismo, pesca-turismo, turismo esperienziale. Non come attività accessorie, ma come vere estensioni professionali del mestiere del pescatore. Questo richiede formazione mirata, capace di integrare competenze tradizionali e nuove abilità gestionali, tecnologiche e relazionali. L’obiettivo non è snaturare il ruolo del pescatore, ma accompagnarne l’evoluzione, trasformandolo anche in gestore dell’ospitalità e ambasciatore del territorio. Tutto ciò, però, è possibile solo con una drastica semplificazione burocratica, oggi uno dei principali ostacoli all’innovazione.
All’interno di una visione più ampia di Blue Economy, l’acquacoltura sostenibile assume un ruolo strategico. In Italia come in Sardegna, non può essere vista come alternativa alla pesca, ma come complemento necessario. Incrementare la produzione locale, ridurre l’importazione di alcune specie, sviluppare modelli basati su economia circolare, energie rinnovabili e riduzione degli scarti significa rafforzare la sicurezza alimentare, creare occupazione stabile e ridurre la dipendenza dall’estero. In Sardegna esistono già esperienze interessanti, ma mancano investimenti strutturali e una cornice strategica chiara.
Alcune filiere simboliche mostrano con particolare evidenza il potenziale inespresso. La pesca del tonno, ad esempio, potrebbe tornare a essere un volano economico e culturale. La valorizzazione dei tagli pregiati sui mercati internazionali, affiancata dalla trasformazione e promozione dei prodotti tradizionali come musciame, cuore e buzzonaglia, consentirebbe di trattenere valore sul territorio. A questo si aggiunge il patrimonio storico delle tonnare, che potrebbe essere raccontato attraverso musei immersivi ed eventi capaci di destagionalizzare i flussi turistici, come dimostra l’esperienza di Carloforte.
Lo stesso discorso vale per l’aragosta rossa della Sardegna, una risorsa di altissimo valore che necessita di marchi di origine, politiche di ripopolamento e di un riconoscimento economico del pescatore come sentinella del mare. Coinvolgere direttamente chi pesca nella tutela della risorsa significa responsabilizzare, proteggere l’ambiente e garantire sostenibilità nel tempo.
Altri comparti, come il corallo, richiedono certificazione rigorosa, tracciabilità completa e un collegamento diretto tra pescatore autorizzato e prodotto finito. L’innovazione del design e la modernizzazione dell’artigianato possono trasformare una tradizione antica in un’eccellenza contemporanea. I ricci di mare, infine, impongono un cambio di paradigma: investire nell’echinocoltura, creare impianti dedicati e valorizzare anche gli scarti, come il carbonato di calcio, utilizzabile in edilizia e agricoltura.
Tutto questo, però, si scontra con un nodo strutturale che accomuna Sardegna e resto d’Italia: la logistica. Senza una riduzione dei costi di trasporto e un potenziamento reale delle linee merci, l’export resterà marginale. La continuità territoriale non può riguardare solo le persone, ma anche le merci. Senza accordi concreti e investimenti infrastrutturali, il valore prodotto dal mare continuerà a restare confinato.
A livello europeo, la situazione non è meno complessa. I sistemi di controllo, sempre più stringenti, comportano costi elevati e un carico amministrativo che grava soprattutto sulle flotte artigianali del Mediterraneo. La trasparenza e la lotta alla pesca illegale sono obiettivi condivisibili, ma le norme risultano spesso tarate su contesti oceanici e industriali, lontani dalla realtà italiana. Il paradosso è che i pescatori europei rispettano regole severe, mentre prodotti provenienti da Paesi terzi, privi degli stessi obblighi, entrano comunque nel mercato unico, creando una distorsione competitiva evidente.
Infine, la gestione degli spazi marittimi rappresenta una sfida decisiva. La pianificazione degli usi del mare deve conciliare pesca, traffici commerciali, aree protette, turismo, energia e acquacoltura. Senza un reale coinvolgimento delle marinerie e delle comunità locali, il rischio è che la pianificazione diventi una sottrazione di spazi più che una strategia di sviluppo. La pesca non può essere considerata un’attività residuale: è un presidio sociale, culturale e ambientale.
La Sardegna, in questo quadro, non è un’eccezione ma un’anticipazione. Le sue difficoltà sono le stesse della filiera ittica italiana, rese più evidenti dall’isolamento geografico. Proprio per questo può diventare il cuore di un nuovo modello mediterraneo di economia del mare. Ma ciò richiede una visione integrata, capace di coordinare settori, semplificare regole, investire nelle persone e riconoscere al mare il ruolo strategico che ha sempre avuto nella storia del Paese.
La pesca non appartiene al passato. È una risorsa per il presente e per il futuro. Se sapremo governarla con intelligenza, potrà tornare a essere una forza trainante dell’economia e non una voce marginale. Perché il mare non si arrende, e l’Italia – a partire dalla Sardegna – non dovrebbe farlo.
Nicola Silenti
