C’è un momento, nella vita di ogni marinaio, in cui si comprende che la rotta non è soltanto una linea tracciata sulla carta nautica, ma una scelta di destino. Lo stesso vale per le nazioni. E l’Italia, oggi più che mai, è chiamata a ricordare qual è la sua rotta naturale: il Mediterraneo.
Per troppo tempo abbiamo accettato l’idea di essere una propaggine marginale dell’Europa continentale, quasi un ponte proteso verso Sud più per caso che per vocazione. Ma la storia, la geografia e persino la nostra economia raccontano un’altra verità: l’Italia è, prima di tutto, una nazione marittima. E il Mediterraneo è la sua dimensione strategica primaria.
Negli ultimi vent’anni l’ordine internazionale nato dopo la Guerra Fredda ha mostrato crepe sempre più evidenti. La supremazia americana non è più assoluta, le istituzioni multilaterali appaiono logorate, le crisi si moltiplicano senza una regia globale capace di governarle. Dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Mar Cinese Meridionale all’Africa, assistiamo a un mondo che ha perso il suo centro.
In questa fase di transizione, tornano protagoniste le regioni geopolitiche. Le medie potenze, impossibilitate a competere su scala globale, cercano spazi di influenza nei propri mari, nelle proprie aree storiche di riferimento. È esattamente ciò che sta accadendo nel Mediterraneo. E in questo scenario, mentre la Francia arretra e la Turchia avanza con logiche spesso aggressive, l’Italia ha l’opportunità — e il dovere — di tornare a essere protagonista.
Per comprendere questa possibilità, bisogna tornare alla nostra storia. Dopo l’Unità, l’Italia si affacciò sul Mediterraneo con l’ambizione di essere una potenza marittima moderna. Non aveva un grande impero coloniale, ma aveva porti, cantieri, naviganti e una vocazione commerciale antica. Il mare non era una frontiera: era una strada.
Questa consapevolezza è rimasta viva anche nei momenti più difficili. Durante la Guerra Fredda, pur dentro gli equilibri dell’Alleanza Atlantica, l’Italia non smise mai di guardare al Mediterraneo come alla propria area di influenza naturale. Lo dimostrò con la presenza commerciale, con la diplomazia, ma soprattutto con l’energia.
Qui emerge una figura che, per noi marittimi, ha quasi il valore di un comandante che indica la rotta: Enrico Mattei. Quando fondò l’ENI, negli anni Cinquanta, il mondo dell’energia era dominato da poche grandi compagnie. Mattei scelse una strada diversa: accordi paritari con i Paesi produttori, rispetto delle sovranità, condivisione dei profitti.
In Algeria, in Tunisia, in Libia, l’Italia costruì relazioni che non erano solo economiche, ma politiche e culturali. Non si trattava di sfruttare, ma di cooperare. Era una visione che univa interesse nazionale e rispetto degli altri popoli: una lezione che oggi torna di straordinaria attualità.
La scomparsa di Mattei segnò la fine di una stagione, ma non cancellò quella memoria strategica. Oggi, nel momento in cui il Mediterraneo torna centrale, quell’esperienza riemerge come un patrimonio da cui ripartire.
Il cosiddetto “Piano Mattei”, rilanciato negli ultimi anni, è il tentativo di tradurre quella intuizione nel contesto del XXI secolo. Energia, infrastrutture, cooperazione economica: sono questi gli strumenti con cui l’Italia può tornare a esercitare un ruolo nel Mediterraneo, rafforzando al tempo stesso la sicurezza energetica europea.
Non si tratta di ambizioni imperiali né di nostalgie coloniali. L’Italia non è una grande potenza globale, e non deve fingere di esserlo. È una media potenza, con una posizione geografica centrale, una rete diplomatica ampia, una tradizione marittima solida e una capacità industriale significativa.
La forza di una media potenza sta nel pragmatismo. Non nel confronto diretto con i giganti, ma nella capacità di costruire relazioni, creare interdipendenze, offrire stabilità. È su questo terreno che l’Italia può giocare la sua partita nel Mediterraneo.
Oggi la Francia, storicamente dominante nella regione, attraversa una fase di difficoltà. I fallimenti nel Sahel, le tensioni con l’Algeria, la perdita di influenza in Libia e in Libano hanno eroso la sua leadership. Non scompare dal Mediterraneo, ma non è più in grado di dettarne l’agenda.
La Turchia, al contrario, avanza con decisione, proiettando potenza militare e ambizioni geopolitiche. Ma proprio questa assertività genera diffidenze e timori tra molti Paesi della regione.
L’Italia, invece, ha un vantaggio: non è percepita come una potenza minacciosa. Non porta con sé un’eredità coloniale ingombrante, né una volontà di imposizione militare. Può muoversi con strumenti più sottili: energia, commercio, cultura, diplomazia.
In mare, questo si tradurrebbe nella capacità di navigare tra correnti diverse senza forzare la rotta, ma scegliendo il momento giusto per avanzare. È un’arte antica, che ogni ufficiale di rotta conosce bene.
Un elemento decisivo di questa strategia è il rapporto con gli Stati Uniti. Washington, sempre più concentrata su altre aree del mondo, ha bisogno di partner affidabili nelle regioni periferiche. L’Italia può essere uno di questi partner, soprattutto nella gestione dei dossier mediterranei: energia, sicurezza, migrazioni.
Non si tratta di subordinazione, ma di convergenza di interessi. L’Italia mantiene la propria autonomia, ma si muove dentro un quadro atlantico che le consente maggiore libertà di manovra rispetto ad altri Paesi europei.
Sul piano operativo, la presenza italiana nel Mediterraneo meridionale si traduce in una strategia concreta. In Libia, Roma cerca di mantenere la propria presenza energetica e di contribuire alla stabilizzazione del Paese. In Algeria, la cooperazione sul gas è diventata centrale per la sicurezza energetica europea.
In Tunisia e in Egitto, l’Italia lavora su due fronti: il controllo dei flussi migratori e il sostegno alla stabilità politica. Lo fa attraverso accordi economici, programmi di cooperazione, sostegno alle imprese. Senza interferenze dirette negli affari interni, ma con una presenza costante.
È una strategia che riflette realismo e consapevolezza dei limiti, ma anche una visione di lungo periodo. Perché nel Mediterraneo la stabilità non si impone: si costruisce, giorno dopo giorno, porto dopo porto, accordo dopo accordo.
Il caso della Tunisia è emblematico. Per l’Italia è un partner fondamentale, ma la relazione deve restare equilibrata. Se diventa solo uno strumento per il controllo delle migrazioni, perde valore. Se invece si trasforma in un partenariato economico, infrastrutturale ed energetico, allora diventa un investimento per il futuro di entrambe le sponde.
In definitiva, il Mediterraneo di oggi non è più quello del passato, ma non è neppure uno spazio estraneo. È tornato a essere un mare conteso, attraversato da interessi globali e regionali. In questo mare, l’Italia ha tutte le carte per giocare un ruolo da protagonista.
Ma per farlo deve ricordare se stessa. Deve tornare a pensarsi come una nazione marittima, capace di guardare oltre l’orizzonte continentale. Deve ritrovare quella cultura del mare che per secoli ha fatto la sua forza.
Chi ha navigato sa che il mare non perdona l’incertezza. La rotta va tracciata con decisione, ma anche con prudenza. Bisogna conoscere i venti, leggere le correnti, anticipare le tempeste.
L’Italia oggi è davanti a una scelta simile. Può continuare a vivere il Mediterraneo come un problema — migrazioni, crisi, instabilità — oppure può riconoscerlo come una risorsa strategica, la sua dimensione naturale.
Se saprà scegliere la seconda strada, allora il Mediterraneo tornerà a essere non una frontiera, ma una via. La nostra via.
