Ci sono episodi che sembrano riportarci indietro nel tempo. Non perché il mare non cambi, ma perché certe dinamiche, quando si presentano, seguono ancora schemi antichi e consolidati. Quanto accaduto nei giorni scorsi al largo di Carloforte, con la nave Blue Ocean A in avaria, è uno di questi casi. Un evento che richiama alla memoria decenni di soccorso sul mare e che, ancora una volta, conferma una verità operativa: nel Mediterraneo occidentale, quando la situazione si fa seria, il punto di riferimento resta Cagliari.
La nave, lunga 116 metri e con trentatré persone a bordo, in navigazione dall’Egitto alla Spagna, ha lanciato una richiesta di soccorso a causa di un’avaria al motore mentre il vento di ponente la spingeva pericolosamente verso le coste sud-occidentali dell’isola di San Pietro. Una situazione che, con mare formato e raffiche fino a cinquanta nodi, poteva rapidamente degenerare in naufragio. Non si trattava di un semplice problema tecnico, ma di una combinazione di fattori – avaria, meteo avverso, prossimità alla costa – che sul mare rappresenta sempre uno scenario ad alto rischio.
Le prime operazioni sono state avviate dall’Ufficio Circondariale Marittimo di Carloforte, ma ben presto il coordinamento è passato alla Guardia Costiera di Cagliari. È un passaggio che non sorprende chi conosce il sistema dei soccorsi nel Mediterraneo occidentale. Cagliari non è solo un porto: è una centrale operativa che, per posizione, esperienza e continuità di servizio, è abituata a gestire emergenze anche lontane dal proprio ambito portuale immediato.
La risposta è stata rapida e articolata. Motovedette da Carloforte e Sant’Antioco, un rimorchiatore portuale da Portovesme, il coordinamento costante della Sala Operativa. Ma il mare, quando decide di alzare il livello della sfida, mette subito in evidenza i limiti dei mezzi più leggeri. Onde fino a cinque metri e vento teso hanno reso inefficaci i primi tentativi di traino, con la rottura di più cavi. Non per errore umano, ma per la semplice sproporzione tra la forza del mare e le capacità dei mezzi impiegati in quella fase.
È in questi momenti che emerge la differenza tra una gestione improvvisata e un sistema strutturato. La Guardia Costiera di Cagliari ha continuato a coordinare l’intervento, valutando scenari, rischi e priorità. La sicurezza delle persone a bordo è rimasta l’obiettivo primario. Anche il tentativo di evacuazione con elicotteri, uno della Guardia Costiera e uno dell’Aeronautica Militare, dimostra l’ampiezza del dispositivo messo in campo. Ma ancora una volta il mare ha imposto i suoi limiti: vento e movimenti della nave hanno reso impossibile il recupero dell’equipaggio dall’alto.
Nel frattempo, sotto il coordinamento della Sala Operativa, le manovre del comando di bordo hanno consentito di stabilizzare temporaneamente la nave con le ancore, orientandola parallelamente alla costa e riducendo il rischio immediato di impatto sugli scogli di Punta Spalmatore. È un passaggio spesso poco raccontato, ma fondamentale: il soccorso non è fatto solo di mezzi che arrivano, ma anche di decisioni prese a bordo, in collegamento continuo con chi coordina da terra.
Quando la situazione lo ha richiesto, è stata presa la decisione che, storicamente, si rivela spesso risolutiva: il ricorso al rimorchiatore di altura. L’arrivo del rimorchiatore Vincenzino O., proveniente dalla rada di Sarroch, segna il momento in cui l’emergenza cambia passo. Potenza, massa, capacità di tenuta in condizioni estreme. Non è una soluzione spettacolare, ma è quella che funziona quando il mare non concede alternative.
Ancora una volta, come in tanti episodi del passato, il rimorchiatore potente si conferma l’elemento decisivo. È una costante che chi ha vissuto il soccorso marittimo conosce bene: quando le condizioni diventano proibitive, è la forza bruta, governata con competenza, a fare la differenza. Tecnologia, procedure e coordinamento sono indispensabili, ma senza mezzi adeguati alle peggiori condizioni possibili il margine di sicurezza si assottiglia pericolosamente.
L’esito positivo dell’operazione, con la nave messa in sicurezza e successivamente condotta verso il porto di Cagliari, non deve far dimenticare quanto sottile sia stato il confine tra intervento riuscito e tragedia. È proprio questo che rende l’episodio significativo: dimostra l’efficienza di un sistema che funziona, ma anche la complessità di un mare che non può mai essere sottovalutato.
Cagliari, ancora una volta, ha svolto il ruolo di punto di convergenza delle emergenze nel Mediterraneo occidentale. Non per caso, ma per una storia operativa costruita nel tempo. La Guardia Costiera ha dimostrato capacità di coordinamento, prontezza decisionale e visione d’insieme, muovendo mezzi diversi e integrando risorse civili e militari in uno scenario estremamente complesso.
Per chi ha vissuto decenni di servizio, quanto accaduto alla Blue Ocean A non è una sorpresa. È un richiamo. Il mare cambia poco, le sue regole restano le stesse. Cambiano i contesti, migliorano i mezzi, ma quando l’emergenza arriva, alcune certezze tornano sempre: la centralità di Cagliari, l’efficienza della Guardia Costiera e, quando serve davvero, il ricorso al solito, indispensabile rimorchiatore di altura. La grande paura è passata: la Blue Ocean A è arrivata al Porto canale di Cagliari, scortata dalla Guardia Costiera. Una traversata che non si è trasformata in tragedia grazie all’impegno, alla professionalità e al coordinamento di tutte le forze in campo, ma anche a quella componente imprevedibile che sul mare non manca mai. Resta la consapevolezza di quanto sottile sia stato il confine e di come, ancora una volta, l’efficienza del sistema dei soccorsi e la centralità di Cagliari abbiano fatto la differenza. Una notte di apprensione davanti alle coste di Carloforte che difficilmente verrà
