Nel dibattito pubblico europeo la transizione energetica viene spesso raccontata come un percorso lineare verso un futuro “verde”, fatto di rinnovabili, elettrificazione e tecnologie pulite. Ma dietro questa narrazione rassicurante si muove una realtà molto più complessa, dove la sicurezza degli approvvigionamenti, il controllo delle rotte marittime e l’accesso alle materie prime critiche diventano elementi centrali della competizione geopolitica globale. Il settimo MED & Italian Energy Report di SRM mette in luce proprio questa dimensione strategica, che riguarda da vicino l’Italia e il suo naturale spazio marittimo mediterraneo.
L’Unione Europea resta fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, con una quota che sfiora il 57% dei consumi totali. Un dato che, se confrontato con l’autosufficienza degli Stati Uniti o con il controllo esercitato dalla Cina sulle filiere industriali, evidenzia tutta la fragilità del sistema europeo. L’Italia, in particolare, mantiene una dipendenza ancora più elevata della media UE, nonostante un lento miglioramento. Questa condizione strutturale non è soltanto un problema economico: è una vulnerabilità strategica che si riflette direttamente sul mare.
Il Mediterraneo torna così ad essere quello che è sempre stato nella storia: un mare di transito, di scambi e di conflitti di interesse. Oggi non si combattono battaglie navali nel senso classico del termine, ma si gioca una partita silenziosa e decisiva sul controllo delle rotte energetiche, dei chokepoint e dei flussi marittimi di petrolio, gas, GNL e materie prime critiche. In questo scenario, la sicurezza energetica non può essere separata dalla sicurezza marittima.
Il Canale di Suez rappresenta uno degli snodi più delicati di questo sistema. Dopo la crisi dei traffici degli ultimi anni, i transiti stanno recuperando e una quota crescente di prodotti petroliferi raffinati e di gas naturale liquefatto passa nuovamente da questa rotta strategica, diretta in gran parte verso l’Europa. Per il nostro continente, Suez non è una semplice scorciatoia geografica: è un moltiplicatore di sicurezza o, al contrario, un potenziale punto di fragilità. Ogni crisi politica o militare lungo questo asse si traduce immediatamente in costi più elevati, ritardi, instabilità dei mercati.
Accanto a Suez, anche lo Stretto di Gibilterra assume un rilievo crescente, soprattutto per il traffico di GNL. L’aumento delle importazioni europee dagli Stati Uniti, favorito dal riorientamento dei flussi globali, ha reso questa porta occidentale del Mediterraneo un nodo sempre più sensibile. Ancora una volta, il mare diventa il luogo dove si materializzano le scelte energetiche e geopolitiche.
La transizione energetica, inoltre, non riduce affatto il peso del trasporto marittimo; al contrario, lo aumenta. Le nuove tecnologie “verdi” richiedono quantità crescenti di materie prime critiche: litio, nichel, cobalto, manganese, rame, grafite, terre rare. Questi materiali non nascono in Europa e non si muovono via cavo o via satellite. Viaggiano sulle navi, lungo rotte spesso lunghissime e concentrate in poche aree del mondo.
Il 7°Rapporto SRM presentato il 28 gennaio 2026 al Parlamento Europeo, evidenzia come, negli ultimi venticinque anni, i traffici marittimi di queste rinfuse siano cresciuti in modo impressionante. Il nichel, elemento chiave per le batterie, ha moltiplicato per dieci i volumi trasportati via mare. La bauxite, alla base della produzione di alluminio, è cresciuta di quasi otto volte. Rame e manganese seguono dinamiche analoghe. Dietro questi numeri si nasconde una realtà geopolitica precisa: poche aree di estrazione, pochi Paesi dominanti, e una Cina che concentra su di sé non solo la domanda, ma soprattutto la capacità di raffinazione e trasformazione industriale.
Questo significa che la dipendenza europea non riguarda soltanto l’energia in senso stretto, ma anche le filiere che rendono possibile la transizione energetica stessa. Senza controllo delle rotte marittime e senza una strategia industriale autonoma, l’Europa rischia di sostituire la dipendenza da petrolio e gas con una nuova dipendenza da minerali e tecnologie controllate da altri.
In questo quadro, il Mediterraneo allargato assume un valore strategico ancora più evidente. La sponda sud dispone di un potenziale enorme in termini di energia solare ed eolica, ma è ancora largamente sottoutilizzata. Qui si gioca una possibile partita di cooperazione euro-mediterranea che potrebbe ridurre la dipendenza europea, rafforzare la stabilità regionale e creare nuove rotte energetiche “verdi”. Ma anche questa prospettiva, spesso raccontata in chiave idealistica, richiede infrastrutture, porti, cavi, collegamenti marittimi sicuri. Ancora una volta, il mare è il fattore decisivo.
Non va poi dimenticato che, nonostante la crescita delle rinnovabili, petrolio e gas restano componenti centrali del mix energetico europeo. Le grandi riserve mondiali sono concentrate in aree geopoliticamente instabili o ostili, e il controllo dei chokepoint globali come Hormuz e Malacca rimane essenziale. Da questi stretti passa circa la metà del traffico mondiale di petrolio e gas. Qualsiasi tensione in queste aree ha effetti immediati sull’Europa, che non dispone di una vera autonomia strategica.
In questo contesto si inserisce anche il ritorno del dibattito sull’energia nucleare. Il Mediterraneo ospita già un numero significativo di reattori, concentrati soprattutto in Francia e Spagna, mentre nuovi impianti sono in costruzione sulla sponda orientale e meridionale. Anche qui, però, la filiera è fortemente concentrata: poche nazioni controllano l’estrazione e la lavorazione dell’uranio, e la Russia mantiene un ruolo dominante in diversi segmenti industriali. Parlare di nucleare come soluzione semplice e immediata senza affrontare questi nodi strategici rischia di essere un esercizio di superficialità.
L’Italia, in questo scenario, possiede però un asset spesso sottovalutato: il suo sistema marittimo. I traffici di rinfuse liquide e solide movimentati nei porti italiani rappresentano una quota rilevante del commercio nazionale. La flotta italiana occupa posizioni di vertice in Europa sia nel settore delle navi cisterna sia in quello dei rinfusieri. Questo patrimonio non è soltanto economico, ma strategico. È uno strumento di proiezione nazionale, di sicurezza degli approvvigionamenti, di influenza nel Mediterraneo.
Eppure, troppo spesso, il dibattito politico italiano ignora il mare come fattore di potenza. Si parla di transizione energetica senza parlare di porti, di shipping, di cantieristica, di formazione marittima. Si discute di sicurezza senza considerare che l’80-90% delle merci strategiche arriva via mare. È una contraddizione che rischia di costare cara.
La lezione che emerge dal Rapporto SRM è chiara: non esiste transizione energetica senza una solida strategia marittima. Non esiste sicurezza energetica senza controllo delle rotte, dei porti, delle flotte. Il Mediterraneo non è un semplice spazio geografico, ma un campo di competizione dove si incrociano interessi globali. Chi non lo comprende è destinato a subire le scelte altrui. Per l’Italia e per l’Europa, la sfida non è solo “diventare verdi”, ma restare sovrane. E la sovranità, ieri come oggi, passa anche – e soprattutto – dal mare.
