La filiera ittica italiana vive oggi una fase decisiva. In un’Italia segnata da incertezze economiche, inflazione persistente e un clima diffuso di sfiducia, anche un settore storico come quello del mare – che per secoli ha garantito cibo, lavoro e cultura – si ritrova esposto a nuove fragilità. Non siamo di fronte a un semplice comparto produttivo, ma a un patrimonio identitario e strategico del Paese, oggi schiacciato tra regole europee sempre più stringenti, crisi dei consumi e carenze strutturali ormai evidenti.
Il Rapporto Coop 2025 offre uno spaccato nitido del contesto in cui il settore opera: un Paese preoccupato, un mercato più selettivo e una domanda alimentare orientata verso beni essenziali, tracciabili e sicuri. In questo scenario, il pesce – fresco, lavorato o surgelato – non basta più. Servono filiere solide, trasparenza, garanzie verificabili e una nuova narrazione capace di restituire valore al lavoro di pescatori, trasformatori e imprese.
La crescita prevista dei consumi ittici, ferma allo 0,7%, racconta una domanda che rallenta, frenata non solo dal prezzo ma dall’incertezza sulla qualità percepita. Oggi i consumatori chiedono etichette leggibili, tracciabilità immediata, processi chiari. Il pesce, da alimento simbolo della dieta mediterranea, è diventato un atto culturale e identitario che richiede fiducia e coerenza di filiera. Ciò che non comunica efficacemente tende a essere escluso, anche quando la qualità reale è elevata. Le imprese più solide stanno investendo in digitalizzazione, etichette intelligenti, contenuti informativi e campagne educative; tuttavia, l’Italia sconta ancora una strategia nazionale frammentata e un’innovazione troppo isolata per produrre effetti strutturali.
La fragilità del sistema è emersa con forza nel recente prolungamento del fermo pesca al 30 novembre, disposto con un decreto arrivato all’ultimo momento e che ha colto di sorpresa soprattutto gli equipaggi pronti a ripartire dopo settimane di stop obbligato. La misura ha alimentato malcontento, ma ha soprattutto rivelato un problema più profondo: un settore che vive in un’incertezza cronica, ostaggio di regolamenti calati dall’alto, procedure lente e tempistiche incompatibili con i cicli naturali del mare e con la sostenibilità economica delle imprese. Le proteste non nascono solo dalla perdita di giornate lavorative, ma dalla richiesta di una governance stabile e rispettosa. Chi vive di mare conosce fatica e stagionalità, ma chiede ascolto e tempi certi nei pagamenti del fermo, che non possono trasformare i pescatori nella “banca dello Stato”.
Una delle criticità più evidenti riguarda il plafond unico di giornate di pesca, valido per tutte le flotte italiane. Una scelta che favorisce i grandi armamenti e penalizza le realtà più piccole, in particolare quelle sarde, spesso costrette a rimanere in porto per condizioni meteo avverse o per la ridotta stazza delle imbarcazioni. La proposta di suddividere le giornate su base regionale rappresenta un primo passo verso una gestione più equa e aderente alle specificità dei territori. La pesca non è un blocco unico, ma un mosaico di flottiglie, tecniche, ecosistemi e culture che non possono essere regolati con criteri uniformi. L’obiettivo non è contrapporsi all’Europa, ma essere più presenti in Europa, portando competenze tecniche e un patrimonio marittimo che l’Italia possiede ma fatica a far valere nei tavoli comunitari.
Accanto alle difficoltà economiche interne, le marinerie italiane devono affrontare un quadro europeo sempre più complesso. Le norme sulla sostenibilità, pur necessarie, sono spesso applicate in modo uniforme a realtà profondamente diverse, penalizzando soprattutto il Mediterraneo. L’Unione europea richiede standard elevati su controlli, strumenti di bordo e tracciabilità, ma allo stesso tempo consente l’ingresso sul mercato di prodotti provenienti da Paesi terzi che non rispettano gli stessi criteri ambientali e lavorativi. Questa asimmetria crea uno squilibrio competitivo: da un lato i pescatori italiani sottoposti a regole severe e costi ingenti; dall’altro prodotti esteri a basso prezzo e con minori garanzie. È una dinamica che riduce lo spazio del prodotto nazionale e incide sul reddito dei lavoratori. La tutela del lavoro marittimo richiede reciprocità delle regole e una politica commerciale europea capace di difendere la qualità, non di svilirla.
La filiera ittica, però, non è solo pesca. È trasformazione, logistica, distribuzione, controllo qualità, ristorazione, innovazione tecnologica. Ed è proprio in questa complessità che l’Italia può costruire un vantaggio competitivo. Disponiamo di porti pescherecci con competenze antiche, imprese di trasformazione capaci di esportare qualità, centri di ricerca all’avanguardia e reti logistiche in grado di accelerare la tracciabilità e il trasporto del fresco. A questo si aggiunge un patrimonio culinario unico. Tutti questi elementi, però, non operano ancora come un vero sistema integrato.
In questa prospettiva si inseriscono le linee guida del nuovo Piano del Mare, che dedica una delle sue sedici direttrici alla pesca e all’acquacoltura. Il Piano riconosce il settore come strategico ma indebolito dalla riduzione della flotta, dalla competizione sugli spazi marini e dal peggioramento degli ecosistemi. La gestione delle risorse si basa sulla Politica Comune della Pesca e sul Programma triennale nazionale, in un quadro che richiede cooperazione scientifica, controlli efficaci e regole condivise tra gli Stati mediterranei. La direttrice sottolinea la necessità di conciliare sostenibilità, tutela del lavoro, pianificazione degli spazi marittimi e rilancio dell’acquacoltura, considerata essenziale per ridurre la dipendenza dalle importazioni.
In un’epoca di sovraesposizione informativa e crescente diffidenza, il comparto ittico è chiamato a una nuova narrazione. Non basta più esporre il prodotto: occorre raccontare chi lo pesca, come viene lavorato, quali garanzie offre e quale cultura rappresenta. Scegliere pesce italiano significa scegliere sicurezza, sostenibilità e identità. Molte aziende stanno sperimentando etichette intelligenti, QR code e campagne educative, ma serve un salto di qualità collettivo con alleanze tra imprese, territori e istituzioni.
Nonostante tutto, la filiera del mare continua a dimostrare una straordinaria resilienza. I pescatori investono nelle barche, i mercati ittici restano presidi vitali delle comunità costiere e una parte crescente della ristorazione sceglie prodotti locali e stagionali. Il mare conserva la sua energia antica, ma spetta all’Italia decidere se gestire emergenze ricorrenti o costruire finalmente una visione strategica che abbracci sostenibilità, ricerca, formazione, tutela degli ecosistemi e valorizzazione delle culture marittime.
Accanto alla concorrenza globale, resta centrale il tema del lavoro marittimo e della sicurezza. Le tecnologie moderne aiutano, ma non eliminano la fatica né i rischi di un mestiere svolto in un ambiente naturale imprevedibile. Gli equipaggi chiedono formazione adeguata, strumenti moderni e tempi certi nei ristori, perché nessun pescatore può lavorare con la sensazione di essere lasciato solo. La sicurezza riguarda non solo l’aspetto fisico, ma anche la dignità professionale, i turni, la qualità della vita a bordo e il ricambio generazionale.
Innovazione e ricerca possono davvero cambiare il destino del comparto. L’Italia dispone di università e istituti specializzati che sviluppano tecniche di pesca selettiva, sistemi di monitoraggio avanzati e soluzioni digitali per la tracciabilità. Senza una strategia nazionale, però, questa ricchezza resta dispersa. Serve un grande progetto che unisca imprese, ricerca e istituzioni, trasformando la tecnologia in competitività, riduzione dei costi e migliore qualità del prodotto.
Importante è anche il ruolo delle comunità costiere. Dove la pesca arretra, arretra l’economia locale, si perdono mestieri e identità. Dove la filiera è forte, le comunità restano vive. Valorizzare i pescatori significa difendere il tessuto umano del Paese, la sua relazione storica col mare, il turismo di qualità e la cucina tradizionale.
L’acquacoltura rappresenta un’opportunità che l’Italia non può trascurare. Se ben pianificata, può ridurre la dipendenza dall’importazione, creare occupazione stabile e produrre pesce di alta qualità. Alcune regioni hanno avviato modelli innovativi, ma il settore necessita di investimenti, semplificazione amministrativa e una cornice strategica chiara. Pesca e acquacoltura non devono competere, ma sostenersi a vicenda.
La sfida dei prossimi anni sarà far dialogare esigenze delle marinerie e indirizzi europei. L’Italia deve tornare protagonista, portando ai tavoli comunitari dati scientifici, competenze tecniche e l’esperienza delle flotte mediterranee. La sostenibilità è un obiettivo condiviso, ma va applicata con criteri proporzionati, altrimenti diventa un freno alla sopravvivenza stessa della filiera.
La sostenibilità economica è un altro tassello decisivo. Le imprese affrontano costi crescenti: carburante, manutenzione, assicurazioni, strumenti di monitoraggio. Servono sostegni stabili per non erodere la redditività. Una strategia moderna deve favorire l’ammodernamento della flotta, la digitalizzazione, l’energia a basso impatto e le tecniche selettive, generando valore aggiunto e maggiore competitività sui mercati.
Infine, non va dimenticato il contributo della filiera ittica alla sicurezza alimentare del Paese. In un’epoca di crisi internazionali e instabilità delle rotte commerciali, l’Italia non può dipendere quasi totalmente dalle importazioni. Rafforzare la produzione nazionale, migliorare la trasformazione e integrare pesca e acquacoltura significa garantire qualità, controllo sanitario e autonomia strategica. È un tema che riguarda tutti: famiglie, salute pubblica e futuro del sistema alimentare.
Uno dei nodi più delicati riguarda il sistema dei controlli imposto dall’Unione europea, sempre più stringente e complesso da gestire per le flotte artigianali del Mediterraneo. Dispositivi elettronici di bordo, registri digitali, obblighi di comunicare ogni movimento dell’imbarcazione e la crescente mole di tracciamenti comportano costi elevati e un carico amministrativo che ricade sugli equipaggi. Nessuno mette in discussione l’importanza della trasparenza o della lotta alla pesca illegale, ma è evidente che molte norme sono tarate su contesti oceanici, con flotte industriali molto diverse da quelle italiane. Il risultato è che a rispettare rigidamente le regole sono soprattutto i pescatori europei, mentre prodotti importati, privi degli stessi obblighi, entrano comunque nel mercato unico. È una distorsione che colpisce imprese e credibilità delle politiche europee. Per questo il tema dei controlli richiede equilibrio tra legalità, sostenibilità e giustizia economica.
Un altro nodo cruciale riguarda la gestione degli spazi marittimi, oggi regolata dalla direttiva europea MSP (Maritime Spatial Planning). È una pianificazione complessa che deve conciliare pesca, rotte commerciali, aree marine protette, traffico turistico, impianti energetici offshore e nuove zone per l’acquacoltura. In teoria uno strumento utile; in pratica, se applicato senza dialogo con le marinerie, rischia di ridurre ulteriormente gli spazi di pesca. In molte aree del Mediterraneo la sommatoria di vincoli e nuove autorizzazioni sta comprimendo il settore, creando conflitti tra attività economiche diverse e limitando l’accesso al mare delle comunità costiere. Una gestione equilibrata è possibile solo coinvolgendo davvero pescatori, ricercatori e amministrazioni locali. La pesca non può essere considerata un’attività residuale da spostare ogni volta che serve spazio: è un presidio sociale, culturale e ambientale.
La sfida che attende la filiera ittica italiana è più grande delle singole emergenze. Riguarda il modello di sviluppo del Paese, la sua capacità di governare il mare e di riconoscere il valore di chi lo vive ogni giorno. La pesca non è un settore del passato: è un patrimonio che parla al presente e al futuro, un presidio di cultura, lavoro, sicurezza alimentare e identità nazionale. Servono politiche lungimiranti, non provvedimenti episodici; investimenti veri, non ristori occasionali; una visione che integri ricerca, imprese, comunità costiere e giovani che vogliono credere in un mestiere antico ma ancora ricco di dignità. Il mare non divide: unisce. E l’Italia, con la sua storia millenaria, non può permettersi di perdere uno dei legami più profondi che ha con se stessa. La filiera ittica non chiede privilegi, ma condizioni eque, regole chiare e rispetto per il suo ruolo. Se sapremo ascoltare il mare e chi ci lavora, questo settore potrà tornare a essere una forza trainante, non una voce marginale. Perché il mare non si arrende, e l’Italia non deve farlo.
Nicola Silenti
