Nel XXI secolo la geopolitica ha ripreso a parlare il linguaggio del mare. Dopo decenni in cui sembrava che la globalizzazione avesse neutralizzato la geografia, gli spazi marittimi sono tornati ad essere ciò che sono sempre stati: luoghi di potere, di conflitto latente, di competizione strategica. Chi controlla i mari non domina solo le rotte commerciali, ma condiziona l’economia, la tecnologia, la sicurezza e persino la percezione del futuro.
Il numero di Limes dedicato al “tempo della Cina” offre numerosi spunti per comprendere questa trasformazione, ma è osservando la carta nautica dell’Asia orientale che la portata del cambiamento appare con maggiore chiarezza. Tre mari, apparentemente distinti, formano oggi un unico teatro strategico: lo Stretto di Taiwan, il Mar Cinese Meridionale che lambisce Manila e il sistema insulare che circonda il Giappone. In mezzo, la Cina, potenza storicamente continentale che sta tentando la sua più ambiziosa metamorfosi: diventare una potenza marittima globale.
Taiwan è il primo, e forse il più simbolico, di questi spazi. Lo stretto che separa l’isola dalla costa cinese non è solo un braccio di mare di poco più di ottanta miglia; è una soglia geopolitica. Per Pechino rappresenta al tempo stesso una ferita storica, un problema di credibilità politica e un incubo militare. Per Washington è una linea rossa flessibile, utile a contenere la Cina ma pericolosa da difendere fino in fondo. Per Taipei è una trincea liquida, difendibile solo a condizione che resti invalicata.
Dal punto di vista marittimo, Taiwan non è semplicemente “un’isola da conquistare”. È un cardine della prima catena di isole che blocca l’accesso diretto della Marina cinese al Pacifico aperto. Finché Taiwan resta fuori dal controllo di Pechino, la Cina rimane strategicamente compressa in un mare semichiuso. Ecco perché la questione taiwanese non può essere ridotta né a una disputa ideologica né a una questione di diritto internazionale: è una partita navale prima ancora che politica.
Una guerra per Taiwan, se mai dovesse avvenire, non assomiglierebbe a nessuno dei conflitti recenti osservati in Europa o in Medio Oriente. Sarebbe una guerra di mare e di cielo, fatta di blocchi navali, interdizione delle rotte, saturazione degli stretti, pressione psicologica più che occupazione territoriale immediata. È proprio questo che rende lo scontro tanto probabile sul piano strategico quanto difficile sul piano operativo. La Cina può intimidire, esercitare pressione, simulare accerchiamenti; ma attraversare davvero quello stretto significherebbe esporsi a una reazione a catena che nessuno controlla fino in fondo.
Scendendo verso sud, il Mar Cinese Meridionale mostra un volto diverso ma complementare della strategia cinese. Qui non c’è un’isola simbolo come Taiwan, ma una costellazione di scogli, barriere coralline, arcipelaghi minuscoli che Pechino ha trasformato in avamposti artificiali. È una guerra silenziosa, condotta senza dichiarazioni formali, fatta di guardie costiere, pescherecci militarizzati, piattaforme radar e piste d’atterraggio costruite sul nulla.
Le Filippine, con Manila in prima linea, sono il caso più emblematico. Formalmente alleate degli Stati Uniti, vocali nella protesta diplomatica, ma deboli sul piano marittimo. Il risultato è paradossale: alzare la voce mentre si perde il mare. Le acque contese non vengono “conquistate” con uno scontro diretto, ma assorbite lentamente in una nuova normalità. È la strategia del fatto compiuto applicata all’elemento liquido.
In questo contesto, il rischio maggiore non è l’escalation militare, ma l’accordo tra grandi potenze. Un compromesso tra Washington e Pechino che stabilizzi la regione potrebbe tranquillamente sacrificare gli interessi dei paesi rivieraschi minori. La storia insegna che i mari non vengono mai divisi in modo equo quando a decidere sono gli imperi.
A nord, il Giappone osserva tutto questo con una lucidità che nasce dalla sua natura insulare. Tokyo ha compreso che la propria sicurezza non dipende solo dall’alleanza con gli Stati Uniti, ma dalla capacità di controllare gli spazi marittimi che la circondano. Il riarmo giapponese, spesso letto superficialmente come una reazione emotiva alla Cina, è in realtà un ritorno alla logica navale: protezione delle rotte, difesa degli stretti, interoperabilità marittima con gli alleati regionali.
Il Giappone sa che una Cina padrona dei mari circostanti cambierebbe radicalmente l’equilibrio dell’Asia orientale. Per questo Tokyo investe, pianifica, si prepara. Non per provocare uno scontro, ma per evitarlo da una posizione di forza. È una lezione antica, che ogni nazione marittima ha imparato prima o poi.
Taiwan, Manila e Tokyo non sono tre crisi separate. Sono i vertici di un unico triangolo marittimo. La Cina lo sa e agisce di conseguenza. Gli Stati Uniti lo sanno, ma oscillano tra deterrenza e negoziazione. L’Europa, invece, guarda da lontano, come se questi mari fossero un altro pianeta.
Ed è qui che si apre una riflessione che riguarda anche l’Italia. Paese di mare per storia e geografia, ma sempre più estraneo alla dimensione marittima del potere. Nel secolo in cui il controllo degli oceani torna decisivo, l’assenza di una visione marittima europea rischia di essere una condanna all’irrilevanza.
C’è un merito che va riconosciuto a Limes, ed è la capacità di restituire alla geopolitica la sua dimensione spaziale. Le carte che accompagnano ogni numero non sono un semplice supporto grafico, ma uno strumento di pensiero. Guardarle significa capire come un mare si chiuda, come uno stretto soffochi una potenza, come un arcipelago diventi una muraglia. Nel caso dell’Asia orientale, rendono evidente la continuità strategica tra bacini apparentemente distinti.
Questa lettura suscita anche una riflessione personale. Chi ha navigato in quei mari molti decenni fa li ricorda come spazi relativamente tranquilli, mari di lavoro e di transito, non di confronto permanente. Attraversare le acque del Sud-Est asiatico, incrociare al largo delle Filippine o dirigersi verso il Giappone significava entrare in un mondo lontano dall’Europa, ma non per questo carico di presagi bellici. Oggi quegli stessi mari sono diventati un campo di tensione costante, dove ogni passaggio è osservato, tracciato, interpretato.
In questo contesto, il ruolo degli Stati Uniti appare sempre più complesso. Washington resta la principale potenza marittima globale, ma deve gestire una molteplicità di fronti e alleati, con interessi non sempre coincidenti. Difendere Taiwan, sostenere Manila, rassicurare Tokyo: tre impegni che si rafforzano a vicenda, ma che possono anche entrare in tensione. La deterrenza funziona finché è credibile; e la credibilità, sul mare, si misura in navi, basi, rifornimenti e volontà politica.
Il rischio, come spesso accade nella storia, è che l’equilibrio venga rotto non da una decisione deliberata, ma da una serie di azioni incrementali. Un incidente navale, una collisione “accidentale”, un’escalation verbale mal gestita. I mari dell’Asia orientale sono oggi affollati come mai prima: navi militari, mercantili, pescherecci, unità della guardia costiera. La linea che separa la pace armata dalla crisi aperta è sottile, e spesso invisibile sulle mappe ufficiali.
Eppure, proprio osservando queste mappe, emerge una lezione che l’Europa farebbe bene a recuperare. La geopolitica non è una scienza astratta, ma una disciplina concreta, fatta di distanze, profondità, venti, correnti, colli di bottiglia. L’Italia, nazione che ha costruito parte della propria storia sul mare, sembra aver smarrito questa consapevolezza. Mentre il mondo torna a organizzarsi attorno agli oceani, il dibattito europeo resta prevalentemente continentale, burocratico, procedurale.
Il “tempo della Cina”, allora, non riguarda solo Pechino. Riguarda tutti coloro che dovranno convivere con una potenza che ha deciso di giocare fino in fondo la partita marittima. Capirne la logica non significa giustificarla, ma riconoscerla per quello che è. In questo senso, il lavoro di analisi e cartografia di Limes aiuta a uscire dalle semplificazioni e a leggere la realtà per ciò che mostra, non per ciò che si vorrebbe vedere.
I mari di Taiwan, di Manila e di Tokyo non sono più periferie lontane. Sono il centro nevralgico del mondo che viene. Chi li ignora oggi, domani ne subirà le conseguenze. Chi li ha conosciuti quando erano spazi di passaggio pacifico fatica forse ad accettare quanto siano diventati complessi. Ma è proprio da questa memoria che nasce la consapevolezza più lucida: il mare cambia, ma non dimentica. E prima o poi presenta il conto a chi smette di guardarlo.
Piccola ma importante nota. Con questo prezioso contributo l’ammiraglio Nicola Silenti “festeggia” dieci anni di collaborazione con la nostra testata. Un apporto importante, ricco di riflessioni e proposte sul mondo marittimo innanzitutto, ma anche su temi sociali, geopolitici, culturali. Pensieri lunghi e profondi che in questi anni hanno arricchito e rafforzato la comunità di Destra.it. Un ringraziamento sentito e sincero da parte di tutti noi al “nostro” ammiraglio e amico. Grazie Nicola. (M.V)

