La mia attenzione, da sempre, è rivolta alla geopolitica, soprattutto a quella legata al mare, alle rotte, agli equilibri strategici che ho conosciuto e vissuto direttamente in anni di navigazione. Tuttavia, vi sono momenti in cui un conflitto supera i confini dell’analisi settoriale e diventa una questione di ordine globale. La guerra in Ucraina è uno di questi casi: non solo per le sue implicazioni militari e territoriali, ma per il modo in cui ridisegna rapporti di forza, alleanze e fragilità dell’Occidente. È per questa ragione che ritengo utile, se non necessario, affrontare l’argomento con uno sguardo più ampio, libero da slogan e semplificazioni.
Quando Donald Trump afferma che la pace tra Russia e Ucraina è “al 95%”, non sta semplicemente fornendo una percentuale. Sta usando un linguaggio che appartiene più alla negoziazione commerciale che alla diplomazia classica. È un modo per dire che il difficile non è ciò che è già stato discusso, ma ciò che resta irrisolto. E quel 5% finale, apparentemente marginale, è in realtà la sostanza politica e strategica dell’intero conflitto.
L’incontro di Mar-a-Lago con Volodymyr Zelensky, avvenuto in un contesto volutamente informale, ha mostrato un cambio di tono rispetto ai mesi precedenti. Meno rigidità, più ascolto, maggiore attenzione ai tempi. Ma non ha prodotto annunci risolutivi. E difficilmente avrebbe potuto farlo. Perché la guerra in Ucraina non è soltanto una questione bilaterale, né un semplice braccio di ferro territoriale. È diventata il punto di intersezione tra interessi americani, fragilità europee e ambizioni russe.
Trump si muove da sempre fuori dai protocolli tradizionali. Lo fa per convinzione personale e per calcolo politico. Mar-a-Lago non è solo una residenza privata, ma un simbolo di un’America che tratta il mondo secondo logiche di potenza e risultati, non secondo rituali multilaterali. Questo approccio può piacere o meno, ma ha un merito: rende esplicite le priorità. Per Trump, la priorità è fermare una guerra che consuma risorse, destabilizza gli equilibri globali e rischia di trascinarsi per anni senza un vincitore chiaro.
Zelensky, dal canto suo, si trova in una posizione sempre più complessa. Leader di un Paese dagli equilibri socialmente ed etnicamente fragili, è diventato nel tempo anche il rappresentante di una resistenza simbolica sostenuta dall’Occidente. Ma la resistenza, quando si prolunga, deve fare i conti con la realtà demografica, economica e militare. Il riferimento a un possibile referendum, previsto dalla Costituzione ucraina, segnala che Kiev sa di non poter decidere da sola una eventuale cessione territoriale. E al tempo stesso mostra quanto la questione sia politicamente esplosiva all’interno del Paese.
Il vero nodo resta infatti quello dei territori occupati. Donbass, Zaporizhzhia, Crimea: nomi che non sono solo linee su una mappa, ma simboli di sovranità, identità e precedenti storici. Accettare una modifica dei confini significa ammettere che la forza può ancora cambiare l’ordine europeo. Rifiutarla significa prolungare una guerra che logora soprattutto l’Ucraina. È su questo crinale che si gioca quel famoso 5% evocato da Trump.
In questo scenario, l’assenza fisica di Vladimir Putin non deve trarre in inganno. Mosca è il convitato di pietra di ogni colloquio. Trump lo ha ammesso senza giri di parole: senza un’intesa con il Cremlino, nessun accordo è praticabile. È una verità scomoda, ma realistica. E forse è proprio questo realismo, più che un allineamento ideologico, a spiegare la distanza tra l’approccio americano e quello europeo.
L’Europa, ancora una volta, appare marginale. Divisa tra dichiarazioni di principio e incapacità operativa, l’Unione Europea osserva, commenta, auspica. Ma non decide. La guerra in Ucraina ha messo a nudo una fragilità strutturale: l’assenza di una politica estera e di difesa realmente comune. Mentre Washington tratta, Bruxelles prende atto. E questa asimmetria pesa non solo sul presente, ma sul futuro assetto del continente.
Da osservatore che ha sempre guardato agli Stati Uniti con un filoamericanismo sociale, prima ancora che politico, è difficile non riconoscere un dato storico: l’America, nel bene e nel male, agisce. Lo ha fatto nel Novecento, lo fa oggi. Non per altruismo, ma per interesse nazionale, come ogni grande potenza. Tuttavia, dentro questo pragmatismo, esiste anche una cultura politica che riconosce il valore della stabilità e della pace come condizioni necessarie allo sviluppo. È una visione imperfetta, certo, ma concreta.
La gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia è emblematica. Non è solo un impianto energetico, ma un potenziale detonatore geopolitico. Il fatto che venga citata come possibile terreno di cooperazione dimostra quanto il negoziato si stia spostando su dossier tecnici, apparentemente secondari, ma in realtà decisivi. La pace non passa solo dalle mappe, ma dalla sicurezza quotidiana delle infrastrutture e delle popolazioni.
Trump ha detto che “o finisce ora, o andrà avanti molto a lungo”. È una frase che suona brutale, ma non priva di fondamento. Le guerre moderne raramente finiscono per esaurimento morale. Finiscono quando il costo diventa superiore al beneficio per tutti gli attori coinvolti. L’Ucraina paga il prezzo più alto. La Russia sopporta sanzioni e isolamento, ma mantiene un controllo territoriale. L’America sostiene finanziariamente e militarmente, ma guarda già oltre. L’Europa subisce le conseguenze economiche senza incidere sulle decisioni.
Parlare oggi di pace non significa tradire l’Ucraina. Significa riconoscere che la difesa della sovranità non può essere disgiunta dalla sopravvivenza dello Stato. E che una pace imperfetta, se garantisce stabilità e sicurezza, può essere preferibile a una guerra giusta ma interminabile. Questo non è cinismo. È storia.
Il rischio più grande è che la retorica continui a sostituire l’analisi. Che si confonda la fermezza con l’immobilismo. Che si scambi la solidarietà per una strategia. Il 5% che manca all’accordo non è un dettaglio tecnico. È la scelta tra una pace negoziata e una guerra congelata, pronta a riaccendersi.
In conclusione, la pace non è vicina perché mancano i colloqui. È lontana perché mancano decisioni politiche difficili. Trump, con tutti i suoi limiti, ha riportato la questione sul terreno della realtà. Zelensky cerca di difendere il possibile. Putin osserva e pesa i vantaggi. L’Europa resta in attesa. E forse, proprio in questo equilibrio instabile, si misura il futuro non solo dell’Ucraina, ma dell’intero ordine europeo.

