Il Mediterraneo non è soltanto un mare della memoria, evocato nei libri di storia o nelle cartoline delle città antiche. È, oggi più che mai, uno spazio vivo, solcato da rotte commerciali, attraversato da tensioni geopolitiche, interessato da flussi umani e culturali che ne confermano la centralità. In questo scenario complesso, le isole non sono margini ma nodi: punti di connessione, di passaggio, di responsabilità. La Sardegna, nel cuore del Mediterraneo occidentale, è chiamata a misurarsi con questa funzione, superando definitivamente l’idea del mare come confine e riscoprendolo come via naturale di comunicazione e sviluppo.
Il Mediterraneo è sempre stato un mare di conflitti e di convivenze, di scontri epocali e di scambi fecondi. Su queste acque si sono formate civiltà, si sono diffuse tecniche, idee, religioni, modelli politici e giuridici che ancora oggi costituiscono l’ossatura del mondo in cui viviamo. Ma ridurlo a un grande archivio del passato significherebbe non comprenderne la natura profonda. Il Mediterraneo resta un laboratorio aperto, uno spazio in cui si misurano le sfide del presente: sicurezza delle rotte, traffici energetici, interdipendenza economica, migrazioni, cooperazione internazionale.
In questo quadro, la posizione geografica della Sardegna assume un valore che va ben oltre la dimensione locale. L’insularità, troppo spesso percepita come un limite, è in realtà una condizione strategica. Essere circondati dal mare significa trovarsi al centro di una rete di relazioni potenziali. La Sardegna non è una periferia del continente europeo, ma una piattaforma naturale proiettata verso l’Africa e il Medio Oriente, un punto di equilibrio nel Mediterraneo occidentale, lungo le grandi direttrici marittime che collegano Gibilterra a Suez.
Eppure, per lungo tempo, il mare è stato vissuto come una soglia, come il luogo in cui la terra finisce e l’orizzonte si interrompe. Questa percezione ha inciso profondamente sull’immaginario collettivo e sulle scelte di sviluppo. La storia insegna invece che è proprio lungo le coste, e in particolare nei porti, che si misura la capacità di apertura di una comunità. La linea di costa non separa: mette in comunicazione. È sulle banchine che arrivano merci e persone, è lì che si costruiscono relazioni economiche, culturali e professionali destinate a durare nel tempo.
I porti non possono essere considerati soltanto infrastrutture tecniche o logistiche. Essi sono, prima di tutto, luoghi di scambio umano. Nel porto convivono il movimento delle navi e la vita delle città, le esigenze dell’economia e quelle della società. Un porto vivo è un porto integrato con il tessuto urbano, capace di dialogare con il territorio e con le aree interne. Al contrario, un porto separato, chiuso, percepito come spazio estraneo, perde progressivamente la propria funzione strategica.
La Sardegna dispone di un sistema portuale articolato e diffuso che rappresenta una risorsa di grande valore. Cagliari, Olbia, Porto Torres, Arbatax, Golfo Aranci, Carloforte non sono soltanto scali, ma potenziali nodi di una rete mediterranea più ampia. La loro forza non risiede esclusivamente nei numeri dei traffici, ma nella capacità di offrire servizi, connessioni, competenze, cultura marittima. È da questa visione che può nascere un ruolo più incisivo dell’isola nei traffici del Mare Nostrum.
Cagliari, in particolare, occupa una posizione di rilievo nel Mediterraneo occidentale. La sua storia è indissolubilmente legata al porto, che per secoli ha rappresentato il motore della vita commerciale e urbana. Rafforzare l’integrazione tra porto e città non è soltanto una questione urbanistica, ma una scelta strategica. Significa restituire centralità al mare, trasformare lo spazio portuale in un luogo di relazione, di servizi, di accoglienza, capace di connettere la città alle grandi rotte mediterranee.
Questo processo deve però fondarsi su una visione equilibrata dello sviluppo costiero. Valorizzare le coste non significa consumarle. Al contrario, implica una gestione attenta degli ecosistemi, del paesaggio e del patrimonio culturale. La crescita economica, per essere duratura, deve convivere con la tutela ambientale e con il rispetto dell’identità dei luoghi. È su questo equilibrio che si gioca una parte decisiva del futuro dell’isola.
Un ruolo fondamentale spetta anche alla conoscenza. Università, centri di ricerca, professioni marittime e portuali rappresentano un patrimonio indispensabile per affrontare le sfide della modernità: dalla sostenibilità dei traffici alla digitalizzazione dei porti, dalla sicurezza della navigazione alla cooperazione internazionale. Senza competenze non c’è visione; senza visione non c’è sviluppo.
Il Mediterraneo non è dunque una nostalgia colta né un mito da celebrare. È una responsabilità concreta. La Sardegna può scegliere se restare spettatrice delle trasformazioni in atto o se assumere un ruolo attivo, coerente con la propria posizione geografica e con la propria storia. Riscoprire il mare come orizzonte di futuro significa compiere una scelta di rotta: tornare a guardare alle banchine, alle rotte, agli approdi non come margini, ma come punti di partenza.
